LA FOTOGRAFIA COME PROGETTO URBANO

Piero Orlandi

Naoya Hatakeyama, River Series N. 4, 1993-1999, Galleria civica di Modena

Quando alla fine degli anni Sessanta Paolo Monti realizzò, su commissione di molte delle città principali dell’Emilia- Romagna, le sue celebri ricognizioni fotografiche sui centri storici, l’obiettivo dichiarato del suo lavoro monumentale era di fornire un rilievo accurato a supporto di un grande progetto urbanistico di conservazione. Ricordando il quale, trent’anni più tardi, nel 2001, la Regione e l’Istituto Beni Culturali pensarono di affidare a Gabriele Basilico l’incarico di raccontare per immagini lo stato delle città del nostro territorio nel momento in cui stavano per avviare, sulla spinta di una legge regionale, importanti progetti di trasformazione su aree rese libere dalle dismissioni industriali.

Elaborando questo progetto, mi basavo sull’idea che la fotografia potesse rende- re evidenti le ragioni per cui le comunità locali ritenevano che quegli ambiti urbani fossero ottime occasioni per le loro città. Sia per ciò che c’era (aree verdi, edifici industriali, spazi aperti) e che si doveva eliminare, o conservare – modificando o rifacendo, svuotando o riempiendo, insomma usando gli ingredienti del progetto urbanistico; in questo caso, la fotografia avrebbe potuto sottolineare le diverse qualità dell’esistente, addirittura evidenziarne i valori relativi, per confronto, con profondità di analisi e ricchezza di sguardo. E sia per ciò che mancava, che dunque non si vedeva, ma si sarebbe potuto intra-vedere attraverso l’occhio di un fotografo-architetto (e Basilico dunque avrebbe intra-visto molto bene): potevano ad esempio emergere le relazioni possibili con il contesto urbano, se muri e recinzioni fossero stati eliminati; si potevano valorizzare le architetture, creando nuove visuali; e uscendo dalle aree, e osservando i quartieri in cui erano inserite, si potevano vedere le loro carenze, i loro difetti, e dunque suggerire ai decisori e ai progettisti i bisogni più urgenti a cui dare risposte con il riutilizzo degli ambiti di trasformazione.

Ero convinto che la fotografia – quella di Basilico, quella di un maestro riconosciuto del paesaggio urbano contemporaneo – sapesse raccontare i luoghi come potevano diventare, non soltanto come erano. Mi pareva scontato che Gabriele avrebbe svolto al meglio la funzione critica della fotografia, ma ero convinto che ne avrebbe anche evocato la potente carica progettuale. Gabriele produsse circa settecento scatti, e un centinaio costituirono una mostra che aveva, per sua precisa volontà, un titolo un po’ cifrato: LR19/98, quello della legge che si voleva raccontare per immagini. La mostra girò parecchio, in regione, in Italia e anche all’estero: Boston (Massachusetts Institute of Technology), Barcellona, Parigi.

Come in tutto il suo lavoro, anche in questo caso le immagini di Basilico mostrano le loro radici nel profondo del Novecento italiano, nella cultura artistica e architettonica milanese, e in particolare in Mario Sironi e Giovanni Muzio. Per Basilico, antico e moderno, popolare e nobile si mescolano l’uno con l’altro, tutto è buono, e come per Benjamin, ogni città è bella. Ne deriva un sentimento di amore per il paesaggio urbano che non è diverso da quello che trasmettono le fotografie di Monti, ma si posa su spazi e oggetti architettonici diversissimi, e ha certamente avuto effetti determinanti sulla percezione collettiva delle città, avvicinando alla gente il corpo della città moderna, reso attraente, non minaccioso, a volte malinconico perché ritratto nella sua versione un po’ sfiorita, come se gli anni migliori fossero passati.

loading