DANCING AND THE CITY

Silvia Ferrari

Gabriele Basilico, Via Sgarzeria, 1994, Galleria civica di Modena

Nel 1978 attraversava le campagne emiliane, lontano dai centri abitati, tra piste da ballo e discoteche per fotografare il nuovo fenomeno del divertimento di massa; quasi un ventennio dopo calcava le vie del centro storico di Modena per raccontare per immagini l’identità più intima di questa città; nel 2001 percorreva le periferie urbane emiliane, descrivendo ex edifici industriali abbandonati, per tracciare la mappa delle trasformazioni urbane della nuova società post-industriale; infine nel 2011 restituiva il ritratto fotografico della città di Modena nel corso del Novecento, attraverso le architetture e gli spazi del vivere quotidiano pubblico e privato.

Quel fotografo era Gabriele Basilico (Milano 1944-2013) e il suo rapporto con la regione emiliana, e con la città di Modena in particolare, era di profonda conoscenza e di continua riscoperta; una conoscenza costruita passo dopo  passo, da ‘misuratore degli spazi’, quale egli soleva definirsi, e grazie a quella prassi dell’esplorazione fisica dei luoghi, l’esperienza della città – la ricerca del punto di vista, dell’equilibrio tra le distanze, l’organizzazione dello spazio – finiva per essere esperienza di un viaggio dentro la città.

Alla visione e al lavoro di Gabriele Basilico, la Galleria civica di Modena dedica oggi una mostra personale alla Palazzina dei Giardini che attraversa pressoché tutto l’arco della sua vicenda artistica e ne rinnova la memoria a pochi mesi dalla scomparsa. Un percorso espositivo di circa un centinaio di fotografie, patrimonio della collezione del museo modenese, che si snoda intorno ad alcuni nuclei principali, muovendo dai primissimi lavori realizzati dopo gli studi di architettura al Politecnico di Milano, fino ai più recenti esiti, scaturiti da un’esperienza che lo ha reso negli anni uno dei più grandi e riconosciuti fotografi documentaristi contemporanei.

La mostra presenta anche un aspetto meno noto del lavoro di Basilico come la serie Dancing in Emilia, realizzata nel 1978 su incarico della rivista «Modo» per dare conto, attraverso una narrazione fotografica lungo la via Emilia, del fenomeno delle balere emiliane: un’indagine sui nuovi codici del divertimento di massa, tra architetture inconsuete, edifici evidenti più per lo scarto dalla norma che per la loro funzionalità, “cupole troppo vistose per essere rifugi antiatomici, moschee senza minareto, tendoni da circo di zinco e cemento, fazendas troppo messicane, (...)”. Ma ancora più delle architetture e degli arredi interni, limitati a pochi scatti, sono i ritratti dei giovani, le scene di ballo, le coppie danzanti, le diverse generazioni unite dallo stesso scopo a dichiarare la missione marcatamente sociale di questo lavoro che, nato nel clima delle contestazioni studentesche e delle lotte operaie, lo pone nel novero del reportage impegnato. In quegli anni l’autore guardava infatti ai miti come Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, Walker Evans e i grandi reporter dell’agenzia Magnum o, per stare sul versante italiano, a Gianni Berengo Gardin e a Ugo Mulas, personalità diverse il cui dato comune era la considerazione del mezzo fotografico quale missione di vita con un mandato sociale.

La svolta nel linguaggio di Basilico è avvenuta subito dopo, una volta che, abbandonato il soggetto della figura umana, si è dedicato totalmente al paesaggio urbano. Ecco allora esposte alcune vedute di periferie, ai margini di centri abitati, e immagini tratte dalla serie Milano ritratti di fabbriche (1978-1980), dove è più chiara la presa di coscienza della relazione tra spazio architettonico e luce in assenza di persone e dove è già compiutamente realizzato il passaggio nella concezione della visione, dal ‘tempo rapido’ del reportage al ‘tempo lento’ della contemplazione.

Di questi anni sono presenti anche capolavori come Le Tréport del 1985 – parte dell’ambiziosa campagna fotografica governativa francese Mission Photographique de la D.A.T.A.R. – da considerarsi una sintesi della sua poetica artistica, dove, superata la misura quasi claustrofobica dei quartieri industriali, il paesaggio si apre a dimensioni più dilatate, a suggestioni pittoriche: “Quei luoghi del nord Europa, con il mare burrascoso, i cieli profondi, le nubi pesanti, con la pioggia insistente, il vento, il sole e la luce che cambiava continuamente, mi hanno spalancato una porta verso una nuova, grandiosa visione del paesaggio. Era il paesaggio di pittori come Canaletto e il Bellotto, o come i Fiamminghi (...)”.

Considerava la città come un grande corpo fisico, un organismo vivente, talvolta in grado di svelare strutture antropomorfe di cui il fotografo poteva individuare punti sensibili, parti in trasformazione e in crescita, aree sofferenti. Tre diverse occasioni, a distanza di molti anni l’una dall’altra, hanno dato motivo a Basilico di mostrare, sotto questa luce, tre diversi volti della città di Modena. Quella del 1994 coinvolgeva il fotografo insieme a Mimmo Jodice e Olivo Barbieri in un progetto di ricognizione sul centro storico che, innestandosi sulla consistente tradizione modenese, voleva essere un vero e proprio saggio critico, “la smentita profonda del nostro sguardo liso sul panorama urbano che ci circonda, deidentificato per eccesso di frequentazione, per collasso d’abitudine”.

Il progetto L.R. 19/98 la riqualificazione delle aree urbane, del 2001, ancora una commissione pubblica, questa volta di interesse rivolto all’intero territorio regionale, consentiva a Basilico di esprimere al meglio la sua predilezione per le zone ai margini, i confini, gli spazi dove le edilizie si confondono per dare forma a una nuova estetica del paesaggio documentando così nella maniera più pun tuale le trasformazioni urbane in atto. In linea di continuità si poneva anche la campagna documentaria del 2011, scaturita dalla convenzione tra il Comune di Modena e l’Istituto Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna, ideata come ricognizione sull’architettura del Novecento a Modena: un documento visivo sulla materia pubblicato nel libro Città e architetture. Il Novecento a Modena, curato dall’Ufficio Ricerche e Documentazione sulla Storia Urbana del Comune di Modena; questo corpus di 25 fotografie, entrate a far parte della Raccolta della fotografia della Galleria civica di Modena, è esposto per la prima volta in questa occasione.

Sono parte del percorso espositivo alcune fotografie di grande formato in prestito dalla collezione di Fondazione Fotografia di Modena, immagini significative della vicenda artistica di Basilico, come Dieppe, del 1984 e alcune visioni di porti come Genova (1985), Bilbao (1993), luoghi dove architettura e natura si incontrano, un soggetto che Basilico considerava perfetto, su cui sarebbe stato pronto a rimettere in gioco la sua esperienza più che quarantennale ancora una volta per sondare con occhi e sensibilità nuovi le infinite trasformazioni del paesaggio.

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