LA CASA DELLE ANIME

Ermanno Cavazzoni

“Crematemi e spargete le ceneri al vento”, qualcuno oggi dice; anzi molti lo dicono, con l’idea di mescolarsi per sempre al panorama. E anche, io credo, per l’orrore di venire chiusi sigillati in quegli scafandri di alluminio che sono le bare, saldate con la fiamma ossidrica; la Chiesa dovrebbe protestare, perché mi risulta che fra i suoi dogmi ci sia ancora la resurrezione dei morti; ma un morto quando suoneranno le trombe del giudizio non avrà la forza di rompere il metallo saldato, e picchierà da dentro invano, “Aprite!” Tutta la gente del secolo venti non si presenterà al giudizio; il Papa se n’è reso conto? che tutti costoro staranno chiusi dentro l’alluminio a battere per l’eternità?

Qualcuno pensa di farsi disidratare; siamo composti all’80 per cento di acqua; se si toglie l’acqua resta la persona, che è una sostanza legnosa; se poi gli si dà un antitarlo il corpo disidratato dura secoli, come i mobili, e in tal caso si possono tenere i parenti come arredamento. Si tengono fotografie, ritratti. Beh, sarebbe più realistico avere gli avi in persona, li si può mettere sotto una campana di vetro, in una vetrina: questo è il bisnonno, questa la nonna, si è un po’ tarlata, la porteremo dal restauratore, le è saltato via un piede… I parenti antichi valgono molto nel mercato dell’antiquariato, c’è chi li compra e li spaccia per propri.

Ma c’è chi dice: “Mettetemi in terra e piantateci un albero”. “Che albero?” chiedono gli eredi. “Un albero di ciliegie”, perché uno spera che i nipoti mangino poi le ciliegie e lui torni a vivere in loro, nel senso che i nipoti mangiando una ciliegia diranno “ah com’è buono lo zio! assaggialo!” e metteranno il cesto di ciliegie in mezzo alla  tavola, “c’è lo zio, ragazzi! appena raccolto!” La zia invece ha voluto un albero di albicocche; ogni giardino può essere un cimiterino, una pianta per ogni defunto, le mele Renette sono lo zio Carlo, la pianta di cachi il prozio Emilio, era buono, non molto intelligente. Ci sono parenti che vogliono si pianti sulla tomba una mimosa, un lillà… “che profumo quest’anno la nonna!... innaffia la nonna! dai un po’ di concime alla nonna”. “Quel fascistaccio di nostro cugino Gaetano ha voluto una quercia… quel vanesio di mio cognato vuole l’alloro, come se bastasse! ci faremo l’arrosto con il suo alloro”.

Solo che la legislazione vigente vieta questo tipo di sepolture, non si sa perché; allora bisogna dare una mancia in Comune, all’ufficio Cimiteri e Decessi, e motivarla come operazione no profit, in ottemperanza alle direttive europee in campo agricolo, come fertilizzanti eco sostenibili. “La povera mamma fa i fichi in agosto, non si dimentica mai, ci facciamo anche la marmellata, senza nessun conservante né zucchero aggiunto, la faccio appena un po’ caramellare, come le piaceva. Il papà poveretto l’abbiamo sistemato vicino alla mamma, è il rosmarino, l’ha sempre detto che voleva una vita postuma come rosmarino, se lo tocchi ti rimane l’odore del papà nelle dita”. “E la zia Ernestina?” “Eh, poveretta, l’abbiamo messa in vaso; i limoni d’inverno gelano, e così d’inverno la zia Ernestina la mettiamo sotto il cellofan, con lo zio Alfonso che è un arancio, estroverso com’era in vita, degli aranci grossi così! ci faccio anche con lui un po’ di marmellata, di arancio e di mela, la mela è Giandomenico Perazzi, amico di famiglia, e ancor più amico della zia Ernestina, ma ha sempre avuto una buona influenza anche sullo zio Alfonso, che lo accettava come suo vice (vice marito, dicono), in pratica viveva con loro, teneva unita la famiglia come un addensante, come la colla di pesce; e se ci aggiungi nostra cugina, la povera Domitilla, che è una pianta di zucche, lei si è sempre sentita affine alle zucche, era modesta, con la quinta elementare, però buona e paziente… se ci aggiungi nostra cugina, si può spalmare tutto il loro nucleo famigliare sul pane, al mattino, con un po’ di burro, e ci bevi dietro il caffè.


Il vantaggio per le amministrazioni comunali è che adesso saranno i privati a rinfoltire i parchi pubblici (oltre che i giardini privati); e a poco a poco si aboliranno quei luoghi aridi e pietrosi che sono i cimiteri, come in effetti le direttive europee prevedono, abbiamo un enorme potenziale fertilizzante, perché sprecarlo? e inoltre si realizza una concreta metempsicosi, i bambini imparano ad amare le piante in quanto persone della famiglia o di famiglie amiche; e ogni forma di vita animale e vegetale si riconcilia nel tutto universale.

Ecco, quindi chi ha un giardino dovrebbe farne un cimitero; chi non ce l’ha, chi vive in condominio o in centro città dovrebbe usare come cimitero il parco pubblico, o le campagne subito oltre la periferia, ad ogni decesso ci si pianta sopra cespugli, piante da fiore, piante da frutto, sotto ogni albero un trapassato, in modo che perduri il suo carattere, le sue abitudini, e su ogni albero un cartellino: Catellani Ivano, cipresso; Furio Donati, magnolia.

Ad esempio da un olivo, che è mio zio, esce un olio di prima spremitura meraviglioso; dalla zia, la vigna, un vinello bianco spumeggiante, “Stai calma zia!” dico sempre quando la stappo; se non ci sto attento continua a uscire schiuma, mezza bottiglia di schiuma, come uscivano dalla zia chiacchiere a non finire, non si stancava mai di chiacchierare; e lo zio, che invece era tranquillo, calmo, placido, come un olio già in vita, le diceva: “Florinda, sarai stanca, vogliamo avviarci verso casa?” La zia si preparava ad andare: “Sì Palmizio” (lo zio si chiamava Palmizio, ma lo chiamavano Mizzi, gli amici e i parenti, lo zio Mizzi); la zia allora accelerava le chiacchiere, per farne di più in minor tempo; esattamente come la schiuma, che non smette fin che non è uscita tutta; dopo un’ora, che però equivaleva alle chiacchiere di quattro ore, lo zio ripeteva:” Florinda, sarai stanca… ecc”; calmo come alla prima chiamata, per questo l’abbiamo sistemato sotto un olivo, è la stessa linfa oleosa che circola, e poi all’olio gli dà quel gusto pulito, che era il temperamento a bassissima acidità dello zio. La zia invece era già vino spumante, vino leggero molto spumante, a berlo sembrava di sentire in bocca lei, “Ciao zia Flori, alla tua salute!”, e continuava a chiacchierare sulla porta di casa, come se avesse appena cominciato, mentre lo zio continuava a stare in attesa, senza un’increspatura, senza impazienza, come chi aspetta qualcosa di lontanissimo, che può protrarsi anche mesi.

La zia Rosa invece l’hanno messa sotto a un roseto, lei era sempre innamorata di qualcuno, e veniva regolarmente a trovarci con questo qualcuno, per renderlo moroso ufficiale; dei tipi! li vedevamo una volta, due volte, poi subentrava un altro, il nuovo moroso ufficiale; dei tipi che trovava in internet, con la decappottabile ad esempio, oppure altre qualità: la moto, la casa al mare, il cabinato, una volta anche il velivolo; ma delle facce da affamati; o da maniaci dell’avventura sentimentale; erano sempre diversi, ma alla fine intercambiabili; però la zia Rosa non ne ha mai trovato uno sposabile; li prendeva in prova, finché nel grande mercato di internet non ne trovava uno meglio, per via che il precedente ad esempio risultava che la casa al mare gliel’avevano prestata, o che il velivolo diceva d’averlo ma nessuno l’aveva mai visto, o che il cabinato era in realtà un barchino con un motorino scoppiettante ridicolo, e così via; però poi il nuovo moroso risultava essere ancora peggio, anche se sembrava difficile trovarne uno peggio, però lo trovava. La zia Rosa era molto appariscente, “mi pianterete sopra un bel roseto”, era lei a dirlo, consapevole della sua natura, voleva continuare a fiorire ed essere colta, “Che male c’è?” diceva; sì, che male c’era? Zia Rosa! – dico davanti al roseto – ti ricordi quel tipo che diceva di avere una mongolfiera? e dovevate partire e farvi portare dal vento, ma non partivate mai, e diceva a noi bambini che saremmo partiti anche noi, per farsi accettare; e quello che diceva di essere un medico? e quello che diceva di correre in formula uno? quello che diceva di essere ricchissimo, ma che i ricchi non mostrano mai la ricchezza, come lui, che perciò non la mostrava; tutti truffatori, ti ricordi? Lei non sente, le piante non sentono, però le rose mandano un profumo carnoso e caldo, lo stesso che le sentivamo addosso. C’è davvero la sua biografia nel roseto, meglio di un’iscrizione sul marmo, che sarebbe freddo, il contrario della sua indole, povera zia.

E poi sotto un’edera c’è lo zio Attilio, non l’ho mai conosciuto, sta arrampicato su un gelso, che è sua mamma, la bisnonna Brunella; lo zio Attilio non è mai uscito di casa, mai sposato, mai lavorato, sempre attaccato a sua mamma; quando è morta aveva 102 anni, lui è morto di lì a poco, un anno, poco di più; l’aveva detto: voglio continuare a star con mia mamma, mettetemi vicino al gelso, piantate un’edera che parta da me e mandatemi su, che m’attacchi a mia mamma, e che continui la stessa vita con lei. Lo zio Attilio era un po’ velenoso, come lo è l’edera, un po’ aristocratico, fondamentalmente ornamentale, non ci fosse stata sua mamma non si tirava neanche su, restava a letto disteso, o in poltrona, o sull’ottomana a dormicchiare. “Guardate lo zio Attilio! – dico sempre – imparate a non far come lui!”; l’edera è un esempio chiaro e illuminante.

Quando la zia Enrichetta è seccata, l’abbiamo segata e fatta a pezzi, e l’abbiamo bruciata nel camino, era una pro-prozia, aveva visto far l’unità d’Italia, faceva ottime braci, il castagno è il meglio per il caminetto, e mandava un calore, un affetto, tutti davanti a scaldarci, la zia Enrichetta, non che fosse consapevole, però si stava beati davanti a parlare delle guerre d’indipendenza, Cavour, Mazzini… vedete ragazzi? voi siete qui, e lì nel camino c’è la zia Enrichetta che ha visto il Risorgimento… Poi l’abbiam sparsa nel prato, perché la cenere è un buon fertilizzante, naturale, come prescrive l’Unione Europea, l’abbiamo data anche allo zio Anselmo che stenta, ha preso una brutta botta quest’inverno col gelo, l’abbiamo data al nonno Marziano e alla nonna Vattessa, poveretti, che in realtà sono bis bis bis nonni, forse c’è un altro bis da aggiungere, loro c’erano al tempo di Napoleone, andavano ancora in carrozza, chissà cosa direbbero a vedere un motore, l’elettricità, i grattacieli. Per accendere il fuoco usiamo la potatura, fascine, dove c’è un po’ di tutto, cugini, parenti acquisiti, suoceri e altra sterpaglia.

Ermanno Cavazzoni

Ermanno Cavazzoni è nato a Reggio Emilia e vive a Bologna, dove ha insegnato all’Università; attualmente insegna al Politecnico di Zurigo; è autore di romanzi e racconti: Il poema dei lunatici (1987), Le tentazioni di Girolamo (1991), Vite brevi di idioti (1997), Cirenaica (1999), Gli scrittori inutili (2002), Morti fortunati (2002), Storia naturale dei giganti (2007), Il limbo delle fantasticazioni (2009), Guida agli animali fantastici (2011), tutti tradotti in diverse lingue; ideatore con Gianni Celati della rivista “Il semplice” (1995- 1997); ha scritto di Luigi Pulci, Ludovico Ariosto, Franz Kafka e altro. Nel corso degli anni ha collaborato con musicisti e per piccoli spettacoli; ha scritto testi teatrali, trasmissioni radio e film (es. sceneggiatura di La voce della luna di Federico Fellini del 1991, e del documentario La vita come viaggio aziendale del 2006; regia di Vacanze al mare, 2013). 

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