VISITA A SAN DONATO

Tullio Zini

Tullio Zini, Moderno d'autore, 1993, Galleria civica di Modena

Cara amica,
la visita alla scuola che abbiamo realizzato mi ha dato l’occasione per cercare di spiegare cosa per me vuole dire progettare, e cosa io penso sia l’architettura. Quando affronto un nuovo progetto “apro nella mia testa una cartella dedicata”, cerco di avere sull’argomento più informazioni possibili, di tutti i tipi e di memorizzare tutto, lasciando al tempo il compito di sedimentare i dati accumulati, fino ad arrivare ad una sorta di saturazione, a quella condizione di quantità di informazioni e di sensazioni che consente di cominciare a circoscrivere il campo, definire i confini più attendibili del progetto.
Quando si progetta si istituisce in una sorta di ‘transfer’ tra quanto si ha in testa, la somma delle informazioni acquisite, le richieste culturali, tecniche ed economiche che riguardano il progetto e lo spazio del foglio che, in quel momento, diventa tridimensionale.
Per me occorre una condizione di grande concentrazione, di silenzio o con la presenza di suoni adatti, una luce sul foglio giusta e senza riflessi, matite morbide o penne veloci che non rallentino la repentinità di cambiamento del segno, gli spostamenti di direzione improvvisi che può prendere il disegno.
In questa condizione si cerca di fermare sulla carta le intuizioni degli spazi che si intravedono e che vengono sempre percepiti come elementi tridimensionali. Gli spazi appaiono come una serie di volumi fluidi, mutevoli, simili al riverbero della luce su di un gas in una stanza in penombra.
In questo spazio, che ha la consistenza ed ‘i confini di un fumo’, ci si muove cercando di valutare contemporaneamente tutti gli aspetti del progetto e dell’abitare. Si cerca di immaginare, per ogni punto di quello spazio, come può essere abitato e con quale qualità lo si può vivere, come può essere la relazione con l’ambiente esterno, come lo si può vedere e come si ritiene giusto dovrebbe essere percepito, come può essere la luce in quel dato ambiente, forte, filtrata, diffusa, radente, calda, allegra..., e in quale stato d’animo si può pensare di abitare quello spazio, se in una condizione di serenità, di curiosità, se si pensa si possa essere rilassati, come si è protetti dalle intemperie, dal freddo... Il modo nel quale si abita un luogo dipende dalla consapevolezza che si ha di sé, dalle sensibilità che nel tempo si sono autonomamente sviluppate, sostanzialmente dalla propria cultura.
Un aspetto importante nella mia idea di progettista è che lo spazio al quale mi interesso, al quale ‘metto confini’ disegnando muri, pareti, pavimenti e coperture, è uno spazio che ha lo stesso valore in tutte le direzioni, uno spazio isotropo. Ogni luogo può diventare interessante come scoperta, per le sequenze più o meno interessanti ed emozionanti dei percorsi necessari per raggiungerlo, ma altrettanto interessanti e studiati debbono essere i percorsi di ritorno, quelli che ti portano di lato, sopra o sotto.
Le valutazioni, le percezioni di come ci si può muovere in uno spazio mentre lo si progetta, lo si definisce, riguarda contemporaneamente una grande quantità di aspetti che sono, e debbono essere, tra di loro strettamente connessi.
La valutazione riguarda le diverse attività che si possono svolgere, il loro ‘ritmo vitale’ nel tempo, il ‘pulsare della vita’, e le relazioni con gli altri spazi e con le altre persone che possono contemporaneamente viverlo.
Tutti questi aspetti devono essere messi in relazione, si deve tenere conto della totalità delle condizioni al contorno.
Occorre misurare la disponibilità economica, non come valore assoluto, ma in rapporto alle condizioni ambientali, culturali e tecnologiche del luogo nel quale si opera, occorre valutare la vita dell’ambiente nel fluire del tempo, considerare l’invecchiamento dell’edificio sia sotto l’aspetto funzionale, culturale, che quello della deperibilità dei materiali.
Occorre anche considerare e valutare l’impatto dell’intervento sotto l’aspetto sociale, cercando di mettersi in relazione non solamente con gli aspetti contemporanei della cultura del luogo nel quale si sta intervenendo, ma anche con i valori della sua tradizione, della sua cultura e della sua storia.
In questo movimento di pensieri, di sensazioni, di percezioni spesso mutevoli, di intuizioni e talvolta di invenzioni, si valutano anche tutti quegli aspetti percet tivi che sono importanti per la qualità dell’abitare, come il caldo, il freddo, l’irraggiamento solare, la qualità della luce, l’umidità, il rumore, i profumi.
Se dovessi spiegare cosa è la musica ad un alieno, oppure ad una persona sorda, la racconterei come un’onda luminescente che ha un verso, si muove in una direzione, ed in questo spostamento varia e si espande in modo tridimensionale. In queste variazioni il fluido musicale cambia di forma ed anche d’intensità luminosa, i colori che si percepiscono, pure nella persistenza di un fondo di suonicolori alternato ad esplosioni di energia.
Racconterei di come si diffondono nel racconto musicale i suoni-colori con modi simili a quelli della diffrazione della luce che, in modo più o meno forte, condiziona la percezione di qualsiasi paesaggio.
Questo ‘fluido tridimensionale’ che s’illumina, che si scalda, si raffredda, perde energia, nel quale volentieri si entra, ci si siede, si mangia e si studia, si dorme o si cammina, è la ‘vera materia’ dell’architettura, quella che si utilizza progettando.
Tra le tante, una delle critiche al mio modo di progettare è che si avverte come una ‘mancanza di un segno forte’, come se da parte mia ci fosse una sorta di rinuncia più o meno consapevole ad inserire nei progetti elementi formali forti, riconoscibili, ma col tempo mi sto rendendo conto che forse nel mio modo di vedere e di costruire il progetto, il vero ‘segno’ importante è la ‘qualità relazio nale ed abitativa degli spazi’, una qualità che deve essere il più possibile totale, con edifici e spazi senza ‘fronte e retro’, spazi di alta qualità diffusa e possibilmente ‘isotropa’.
Per ritornare all’occasione che mi ha spinto a raccontare fra questi pensieri, volevo dire che il rivisitare la scuola alcuni mesi dopo la sua inaugurazione mi ha dato una grande gioia, un misto di soddisfazione e di serenità.
La mia gioia nasceva dal fatto che quanto vedevo, girando liberamente per la scuola, corrispondeva alla vita che avevo sperato si potesse svolgere in quell’ambiente. La condizione di grande serenità, il comportamento così naturale dei bambini, i loro sguardi così curiosi, aperti e confidenti, le insegnanti ‘concentrate a documentare’ prendendo appunti, il profumato e sorridente mondo della cucina, mi davano appunto la serenità che deriva dalla considerazione di non avere tanto caparbiamente lavorato invano.
Sono uscito dalla scuola conservando negli occhi l’immagine del pranzo dei bambini grandi del nido, i loro visi sorridenti dalle gote floride, che pranzavano in un silenzio insospettabile, e questo mi ha dato molta gioia, a tratti felicità.

Tullio
San Donato Milanese, 3 marzo 2011

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