ESTELLA O DEL BORGO ABBANDONATO

Carmen Pellegrino

Quando Estella tornò al paese aveva all’incirca diciotto anni. Da dove venisse e per quale ragione, negli anni precedenti, si era allontanata non e importante ricordarlo ora. Si era a febbraio quel giorno, e nevicava. Il paese non era ancora desolato, non del tutto. Qualche famiglia resisteva. Poche, a dire il vero. Se ne sarebbero andate tutte nel volgere di pochi anni, compresi i De Paolis, nella cui casa sarebbe rimasta Estella, segreta guardiana dei muri, l’ultima abitante del paese abbandonato.

Era tornata convinta di potersi sistemare nella vecchia casa dove aveva abitato con la madre fino a un certo punto, ma non trovo piu niente. La casupola non aveva retto al pastone della terra molle e si era consegnata al suolo, alla sua fiorente collezione di morte.

Vagò per un po’; faceva freddo ma voleva rivedere il paese, nonostante i lamenti di Gedeone, il suo vecchio cane, che voleva mettersi al riparo. Sicche, solo per accontentarlo, quando fu notte forzò il portone della chiesa, ma non ci volle molto a vincerlo perche era quasi del tutto marcito. L’indomani, forse avvisati dal parroco, vennero da Napoli a riprendersi l’abito monacale: glielo strapparono di dosso, senza indugio, e lei restò seminuda sul sagrato, con il cane che faceva del suo meglio per impedire ai passanti la vista delle vergogne. Rimase in quello stato fino a quando una vecchia non le diede una veste come ne portano le donne in campagna, una specie di lisesa a fiorami che la donna teneva di scorta in una gerla. Cosi, per il solo fatto di ritrovarsi nuovamente coperta, Estella si sentì meglio e riprese a camminare, poggiandosi di tanto in tanto a qualche albero che, stento e illividito dal freddo quanto lei, l’accoglieva con aria di modesta protezione. Pian piano – con Gedeone che saltava i fossi con l’agilità di un bracco – si spinse fino al vicolo storto da cui cominciava la salita verso il monte e, con un’occhiata in basso, tutto si svolse, tutto le fu chiaro in un momento. Il paese che aveva sempre camminato, ora sembrava aver camminato di più nella sua chiusa coperta di fango, sicché gli abitanti si erano ritirati più a nord, sopra una porzione di terra abbastanza buona, meno incerta e tremolante. C’era un forte odore di pane appena sfornato là dove non c’erano mai stati forni; c’erano fuochi e comignoli fumanti dove prima non viveva nessuno. L’intrico dei vicoli a valle era in progressivo ritiro – lo mostravano anche le insegne scolorate di botteghe e fucine che sbattevano lugubri contro il vento, e certe porte d’ingresso spalancate sui cortili, vuoti anch’essi – mentre si erano popolate le vie a monte. Estella avvertì una punta di rimorso per essersene andata proprio quando il paese, come per un misterioso accordo con la morte, aveva dovuto di nuovo mettersi in moto, lottando contro i ristagni del suolo, contro le gobbe di ghiaia e la terra rossa, contro i tanti precipizi a sghembo. Un vago sentimento la colse di sorpresa e non lo sapeva ancora capire. Poco dopo, uno schiaffo di vento la sferzò in pieno volto e la riportò là dove si trovava, in una malora che aveva le montagne da tutte le parti, incorruttibili guardiani di una gora dove si andava a morire, mai a nascere. Tornò a valle attraverso un piccolo andito e constatò che la vita continuava come poteva, specialmente nella piazza che aveva dirimpetto la chiesa dove le vecchie, macerate dalle notti di umido, si trascinavano a fatica dal primo mattino.

Sarebbe durato ancora per poco quel via vai nel paese. E fu per questo che quando finì del tutto Estella sentì ancora più inconsolabile la sua solitudine, destinata ad accrescersi ogni giorno di più, sensibile a ogni pietà o rimpianto. Come fare per non cadere nella trappola della vittimona che soccombe all’abbandono? Non era mai bastata a nessuno la sola volontà. Ma allora come salvare se stessa e il paese, senza farsi ingannare dalle falene che dietro i vetri ancora e ancora simulavano la vita? Con il gioco della memoria, ecco tutto. Prese a risuscitare uno a uno i gesti e i volti di chi aveva abitato il paese, compiacendosi ogni volta nel ritrovarli così carini ed educati, e chiedendo loro solo questo: Onestà, cari morti, onestà, o perlomeno un po’ di riguardo verso di lei, solo abbastanza morta.

Carmen Pellegrino

Carmen Pellegrino si occupa di storia contemporanea, di studi sulla marginalità e paesi abbandonati. Ha pubblicato il libro ’68 Napoletano (Sassari, 2008); i saggi contenuti nelle raccolte Qui si chia- ma fatica (L’Ancora del Mediterraneo, 2010), Strozzateci tutti (Aliberti, 2010), Novantadue (Castelvecchi, 2012).

Ha curato l’antologia Non è un paese per donne (Mondadori, 2011). Scrive racconti. Collabora con il portale BookDetector.com e con “il Mattino”. 

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