GLI SCATTI DELLA STORIA

Silvia Ferrari

Marc Garanger, Femme Algerienne, 1960, Galleria civica di Modena

“Un racconto fotografico implica un impegno congiunto di mente, occhio e cuore”. Così scriveva Henri Cartier- Bresson, uno dei grandi protagonisti del reportage fotografico del Novecento, con una espressione capace di condensare in poche parole l’intera sua esperienza sulla fotografia. Per il fondatore dell’agenzia Magnum il primo proposito era cogliere in un’immagine il “momento decisivo”, racchiudere cioè in un istante il più ampio contesto narrativo di una situazione insieme al momento più intenso dell’azione stessa.

Un tema che può essere letto come filo conduttore della mostra che la Galleria civica di Modena dedica al fotogiornalismo e al reportage: sono un centinaio le opere selezionate per le sale di Palazzo Santa Margherita, tutte provenienti dal patrimonio del museo modenese, e ognuna di esse racconta brani di storia. La storia ufficiale che i libri e i giornali hanno restituito alla memoria del tempo, e le storie meno note al grande pubblico, quelle private e quelle fatte di racconti minimi e lontani dal sensazionalismo e dai clamori scandalistici.

Il percorso affronta sotto vari aspetti il potenziale di comunicazione e di testimonianza propri del documento fotografico e offre diversi spunti di riflessione sul difficile e spesso contraddittorio rapporto con l’informazione e l’editoria, così come su quello tra l’immagine e la ‘verità’ dell’evento, oltre a riportare centralità sul ruolo del fotoreporter, la cui obiettività deve fare i conti con scelte di ordine etico, estetico e fatti contingenti. Il ritratto è un soggetto ampiamente rappresentato grazie ai volti dei grandi protagonisti della storia (da Che Guevara a Konrad Adenauer, da Jimmy Carter a Bill Clinton, dal subcomandante Marcos a Fidel Castro) che scorrono in una serie di memorabili scatti di cronaca; accanto a questi, altri ritratti, come quelli di Nelson Mandela realizzati da Alf Kumalo o di Madre Teresa di Calcutta firmati da Mary Ellen Mark, sono l’esito di reportage seguiti per lunghi periodi dagli autori e denotano una conoscenza profonda e ravvicinata dei personaggi e dei relativi contesti storici. Ampio respiro acquista poi una sezione dedicata al ritratto come esperienza di viaggio, come studio antropologico  di culture lontane (si vedano i ritratti di Andrea Annessi Mecci, Selva Barni, Fabio Boni). Fra le immagini che documentano l’indagine antropologica è significativa una selezione della serie Native Americans di Adam Clark Vroman che racconta la vita quotidiana delle popolazioni indigene della zona di confine fra Messico e Stati Uniti d’America alla fine dell’Ottocento.

Il reportage sociale porta le firme di grandi autori italiani, la cui oggettività non cela in taluni casi la partecipazione umana: valgano ad esempio i lavori di Ferdinando Scianna sulle feste religiose nell'Italia meridionale, quelli di Mimmo Jodice sui quartieri più poveri di Napoli, le immagini di Gianni Berengo Gardin dedicate alle comunità di zingari a Palermo. In questo ambito si inserisce anche lo scatto di Josef Koudelka a un giovane zingaro nel momento del suo arresto da parte della polizia Cecoslovacca, immagine simbolo del suo interesse nei confronti di una comunità, di cui registrò ogni momento di vita quotidiana, che giorno per giorno veniva minacciata da leggi governative sempre più restrittive.

Sono diversi gli autori che lavorano mossi da un impegno sociale e politico, talvolta fino a diventare strumenti di campagne per i diritti civili di intere popolazioni o minoranze: i ritratti delle donne algerine senza velo, ripresi da Marc Garanger (soldato di leva nell’esercito francese durante la colonizzazione in Algeria) sono da un lato semplici fotografie destinate alla funzione di documenti d’identificazione – divenuti obbligatori per gli abitanti dei villaggi controllati dai militari francesi – ma vogliono essere anche un veicolo per dare voce alla protesta muta di che non ha avuto modo di esprimersi più ufficialmente. Sotto questa luce si collocano anche le opere di Sebastião Salgado, di cui è presentato un celebre scatto sui lavoratori nelle cave in Brasile; e così i reportage di Romano Cagnoni in Nigeria o di Ross Baughman in Rhodesia, e infine di Daniel Schwarz in Cambogia non possono che essere interpretati anche come denuncia dello sfruttamento di intere popolazioni.

Si apre quindi un capitolo sulla fotografia di guerra, di conflitti e sommosse, documentati per sommi capi ancora una volta da episodi meno protagonisti delle prime pagine della stampa occidentale, come le drammatiche vicende del Cile durante la dittatura di Pinochet, le condizioni del Chapas, la rivoluzione ungherese del ’56, la strage dei Watussi in Burundi nel ’64.

Tra gli oltre sessanta protagonisti presenti nella selezione odierna, certamente non esaustiva dell’arco cronologico che copre, compaiono comunque alcuni dei nomi che hanno fatto la storia della fotografia di reportage a livello mondiale come Weegee, Henri Cartier-Bresson, Tim N. Gidal, Robert Capa, William Klein, oppure, per stare sul versante italiano, Caio Mario Garrubba, e firme che hanno fatto la storia dell’editoria italiana come Mario De Biasi, Giorgio Lotti e Mauro Galligani, tutti protagonisti di annate storiche di “Epoca”, oltre a esponenti delle ultime generazioni del reportage come Aldo Soligno, che aprono la riflessione su un genere oggi spesso soppiantato dalla velocità d’esecuzione e di trasmissione delle immagini digitali. 

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