GREETINGS FROM MANY WORLDS

Gabriele Frasca

Giulio Acampa e Gabriele Frasca, Nei molti mondi. Videodramma a spettatore unico omaggio a Philip K. Dick, frame da video

Nel dicembre del 1980 apparve su «Playboy» un testo che colpì a tal punto i lettori da essere votato come uno dei migliori contributi dell’anno. Era un racconto strano, di un genere ritenuto minore, e praticato con parsimonia persino dalla rivista, che nel corso della sua lunga storia aveva difatti ospitato, intorno all’attesissimo inserto color carne sempre meno proibita, non pochi autori assolutamente rispettabili della scena letteraria americana. Certo, un minuto drappello di scrittori accreditati alla science fiction vi aveva talvolta fatto capolino, se non altro coi suoi nomi più ripuliti, e persino uno degl’indiscussi capolavori del genere, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, vi era in verità nel 1954 apparso a puntate, a soli tre mesi dalla nascita dell’allora controverso mensile.

Ma lo scrittore invitato in quell’occasione a collaborare, sebbene avesse già avuto modo di constatare l’attenzione crescente che soprattutto la Francia tributava alla sua opera, e potesse vantare di essere stato insignito del premio Hugo già nel 1963, non godeva di buona fama in patria, dove i suoi romanzi e le sue raccolte di racconti circolavano in edizioni pulp destinate a un pubblico per lo più di adolescenti. Come se non bastasse, correvano voci sul suo conto poco rassicuranti: che fosse completamente dedito agli stupefacenti, per esempio, e che in più di un’occasione avesse dato di matto, oltre ad aver visto Dio. Era pur vero che l’autore più rinomato del genere dell’altro blocco, Stanislaw Lem, l’aveva definito l’unico scrittore che valesse la pena di leggere fra tanti ciarlatani; e certo non era sfuggito ai critici più avvertiti quanto persino il misterioso Thomas Pynchon, i cui romanzi erano in cima alle letture nelle università del paese, gli dovesse qualcosa. Ma le due circostanze, al più, potevano valergli solo ad aggiungere la taccia di radicale e comunista alla già conclamata nomea di drogato e psicopatico.

Quando dunque «Playboy» comprò I Hope I Shall Arrive Soon, a Philip K. Dick non sarà parso vero di doppiare, dopo appena due mesi, la prima uscita di tutta la sua lunga carriera su una pubblicazione periodica ritenuta prestigiosa. Rautavaara’s Case, difatti, altro racconto tutto cerebrale sospeso fra la vita e la morte, era apparso a ottobre su «Omni», rivista patinata di divulgazione scientifica. Qualcosa insomma stava accadendo nella vita di un autore che era in verità appena riemerso da una sua personalissima stagione all’inferno. All’inizio dell’anno successivo, a conclamare la svolta popolare, gli si sarebbero spalancate persino le strade per Hollywood, esattamente al primo ciack del film che avrebbe infine contribuito a consacrare la sua fama, Blade Runner. Ma Dick fece in tempo a vederne appena un po’, di girato: sostanzialmente gli effetti speciali, che gli piacquero molto, così come si sa quanto l’avesse irritato la prima sceneggiatura. Le cose però andarono come andarono, e neanche gli fu data la soddisfazione di sedere fra tante star alla prima del 25 giugno del 1982. Philip K. Dick, minato nel fisico da una vita dedita alla farmacopea sperimentale, sarebbe morto d’infarto il 2 marzo di quello stesso anno.

Ai primi del 2008 mi giunse una strana richiesta. Per una rassegna su Dick curata dal Teatro Masque di Forlì, m’invitavano a tenere una sorta di conferenza che fosse al contempo lo spettacolo conclusivo della serata. Non ricordo se sia stata per davvero l’idea iniziale, ma mi parve chiaro a un certo punto che proprio quel racconto apparso sulla rivista di Hugh Hefner potesse tornarmi utile. La strana vicenda di Victor Kemmings, ibernato ma cosciente per un malfunzionamento del sistema durante il suo viaggio decennale nello spazio profondo, e intrattenuto pertanto dal computer di bordo un ricordo dopo l’altro perché non impazzisse, mi parve l’ossatura perfetta sulla quale innestare la polpa dell’immaginario dickiano, in specie l’ultimo, quello per così dire teologico. In più, pensavo, nessun’altra storia si sarebbe prestata con maggiore puntualità a rendere conto di una teoria della fisica quantistica molto praticata da Dick, quella che presuppone l’esistenza di mondi che vivono in parallelo, e fra i quali la realtà subatomica, e forse non solo quella, non farebbe che scivolare. Mi ritornava alla mente una singolare affermazione cui s’era lasciato andare l’alfiere dei mondi possibili, David Lewis, pochi mesi prima di morire: a dar per buona l’ipotesi dell’assenza del collasso quantistico, aveva dichiarato, a ciascuno di noi non sarebbe mai toccata la morte, solo un crescente deteriorarsi da un ramo all’altro di molti mondi, che ci avrebbe lasciati «eternamente morenti ». Da brividi.

Da tutto questo cavai fuori una prosa da vocalizzare, un oratorio. E quando fu il momento di mettere in scena Spero di arrivare presto, il 18 maggio di quell’anno, coadiuvato da Roberto Paci Dalò, compagno di tanti eventi performativi, bastò macchinare un po’ la voce, sporcare l’aria di suoni statici, e l’effetto ventriloquo di tante creazioni radiofoniche si diffuse rapidamente fra gli spettatori sprofondati nel buio, che avrebbero del resto condiviso per un’ora buona con lo stesso personaggio: «Lei è sveglio, signor Kemmings».

La storia non finì lì. Erano anni che mi lambiccavo il cervello, con Nino Bruno e Massimiliano Sacchi, su come proseguire la nostra collaborazione. Nel 2003, a nome ResiDante, avevamo registrato per Luca Sossella un cd, Il fronte interno, spremendo da un gruppo di poesie la musica necessaria a farne mezze-canzoni, come ci piaceva definirle. Sarebbe stato facile proseguire in quella direzione, ma a nessuno dei tre piaceva ribadire soluzioni già trovate. C’era invece capitato, in un paio di occasioni dal vivo, di provare a riorganizzarci intorno alla prosa. Pareva funzionare, ma non del tutto. Mi fu chiaro allora che quel testo sarebbe stato l’ideale per il gruppo. Fu così. Avevo sollecitato la vena psichedelica dei miei sodali, e quello che ne venne fuori mi parve sùbito di grande impatto, una specie di radiomelodramma dalle tinte stranamente vintage. Eppure, ancora una volta, da un mondo all’altro, quella storia non voleva finire di finire.

Ricordo bene quando mi sorprese l’idea del videodramma. Avevo deciso di “rivedere” Blue di Derek Jarman per la prima volta al computer, indossando le cuffie. Fu una sorta di rivelazione: la potenza del sonoro di quel singolare film cieco mi prese in una maniera così radicale che d’improvviso, appena sfalsate dietro la cortina di blu dello schermo, intravidi chiaramente delle immagini. Non potevo giurarci, ma sembravano proprio fibrillare dal di sotto. «Che trovata! » pensai. Ovviamente le immagini non c’erano, non ci sono mai state... E non era proprio quello che accadeva al personaggio di Dick, così come me l’ero immaginato, disteso fra un ramo e l’altro dei tanti mondi, in balia delle allucinazioni guidate dalla voce del computer? La guida, persino nel nome, era fortunatamente a disposizione.

Avevo conosciuto Guido Acampa relativamente da poco, e stimavo molto il suo lavoro di videomaker. Le sue opere avevano un forte impatto visivo, in cui lo spettatore veniva sottoposto, in modo per me del tutto misterioso, a una sorta di tensione crescente, come se si dovesse verificare d’improvviso sullo schermo un evento terribile. Che puntualmente non accadeva. L’idea insomma, con Guido, prese la sua forma definitiva: da una coltre formata dalla compresenza di molteplici colori, che chiamammo il «grigio di Hilbert», sarebbero con difficoltà emerse immagini instabili, pronte a scomporsi e ricomporsi ancora. Il teledramma sarebbe stato per lo più una lunga soggettiva, con cui si sarebbe scivolati a poco a poco nella stessa posizione del personaggio. Bisognava solo prevedere un fenomeno d’immersione nel computer, con le cuffie, o mediante l’apposita creazione di uno spazio «claustrofilmico», cui far accedere uno spettatore per volta. Una fruizione individuale, come da libro a stampa. Letteratura, risonante e figurativa: quella che ci aspetta. Magari già nelle vasche criogeniche che la Galleria civica ha voluto mettere in funzione perché risuonasse il richiamo di quel remoto racconto apparso su «Playboy».

«Lei è sveglio, signor Chemi».

Gabriele Frasca

Fra le ultime pubblicazioni di Gabriele Frasca (Napoli 1957) ricordiamo: Prime. Poesie scelte 1977-2007 (Luca Sossella, 2007), L’oscuro scrutare di Philip K. Dick (Meltemi, 2007), la cura e la traduzione di In nessun modo ancora di Samuel Beckett (Einaudi, 2008), e il romanzo Dai cancelli d’acciaio (Luca Sossella, 2011).

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