VIVI VIAGGI VELOCI (ALLA GALLERIA CIVICA)

Gabriele Frasca

Buio e silenzio, così mi avevano detto. Anni e anni di buio e silenzio. Almeno dieci. Un lungo sonno senza sogni, profondo e stagno, per risvegliarsi poi in un mondo nuovo. Sarebbe stato semplice come addormentarsi. Persino per uno come me, che era da tanto che non prendeva facilmente sonno. Un lento scivolare senza sensi fra le pieghe in gelatina della mente. Nemmeno una goccia di carne molle sarebbe svaporata in una larva o in un pensiero. Solo silenzio e sabbia, dove sarebbe al dunque sprofondato quel sanguinario teatrino d’ombre da tutto esaurito in cui ogni notte, dal primo buffetto sul culo, ciascuno è accompagnato al posto che gli è stato riservato. Anni e anni, avevano assicurato a noi che eravamo sul punto di partire, in cui avremmo trascorso nient’altro che la secca dove, al primo calare delle palpebre, con tutto il corpo ci saremmo incagliati. Come mummie fra i loro balsami in una tomba incavata nel deserto, m’ero sorpreso a pensare quando lo psicologo della Compagnia aveva fatto pausa, perché ciascuno di noi potesse elaborare il concetto di quanto gli sarebbe accaduto.

Era un uomo straordinariamente loquace, il dottor Smile, con la barbetta rada, secondo l’ultima moda delle minoranze alfabetizzate, e il camice d’ordinanza con fiori stampati. Amarillidacee gialle e blu, il simbolo della Compagnia: VVV, Vivi Viaggi Veloci. Dieci anni per lo meno, certo, ma a ognuno di noi, aveva ripreso, sarebbe parso di ridestarsi in un niente, persino troppo presto, addirittura più di quanto ciascuno non sperasse di arrivare. E aveva sorriso. Noiose, quelle sedute collettive, lo erano, ma anche obbligatorie, come le analisi mediche, le simulazioni,e i processi di parziale ibernazione con cui, due volte alla settimana, si sviluppavano le capacità dell’organismo di tollerare temperature sempre più rigide.

Un mondo nuovo a ogni battito di ciglia, questo per la Compagnia, aveva aggiunto il dottor Smile, non è solo uno slogan, ma una promessa puntualmente mantenuta di cui andiamo orgogliosi.

Per noi che avremmo intrapreso il viaggio, insomma, il tempo non sarebbe trascorso, né oggettivamente, perché la sospensione criogenica avrebbe rallentato i processi vitali, lasciando per così dire il corpo in stand-by, né soggettivamente, perché non avremmo avuto nemmeno il tempo di chiudere gli occhi che, oplà, ci saremmo ritrovati a stiracchiarci nelle nostre vasche, impazienti della nuova vita. Come quando dopo un giorno particolarmente faticoso, il sonno giunge e libera sempre per un lasso di tempo così breve, che al risveglio nemmeno ci capacitiamo di avere chiuso gli occhi. Quand’è che mi sono addormentato, se adesso sono già sveglio? Ho per davvero dormito, oppure? Oppure cosa?

Il tempo è un’impostura, pensai mentre ci stavano accompagnando in fila per sei nel salone del sonno della nave. Quanti eravamo in tutto? Una sessantina, su per giù, negli accappatoi che nascondevano la nudità del corpo che avremmo offerto al gelo di un lungo viaggio inavvertito. Gli abiti che sarebbero stati indossati nel primo giorno della nuova vita, se ne stavano stirati e lucidi negli armadietti, e i bagagli viaggiavano sotto plancia. Le hostess, con i loro sbrigativi sorrisi materni, ci avevano invitati a prendere posto nelle teche, ognuno secondo il proprio numero. Io avevo il 16. Ci sono nato, il 16, e mi era sembrato un buon auspicio. Si parte, mi ripetevo. Un lungo tuffo in un gelido utero, e poi avrei visto la luce di un altro sole, su un’altra terra.

Questo momento, pensai per elaborare l’inquietudine infilandomi nella vasca, me lo voglio godere. Lo dovrò ricordare. Come le dita sottili dell’assistente di volo che mi stanno adesso assicurando gli occhialini termici. Non deve avere più di sedici anni, o almeno a quell’età l’ha riportata il chirurgo genetico, ed è assai carina.

Anche io non dimostro che trent’anni, ma ne compirò più di ottanta a dicembre. Com’è passato rapido e insensato il tempo. E chissà quanto dureranno le operazioni d’imbarco. Nelle simulazioni era andato sempre tutto per le spicce, e ora invece ogni gesto mi appariva rallentato. E invece avevo fatto appena in tempo a distendermi nella vasca, che il coperchio trasparente s’era chiuso con un lieve sibilo. Sembrava un sospiro, mi aveva sempre ricordato un sospiro, dalla prima prova. Come se quel complicato congegno tirasse il fiato prima di mettersi all’opera. Era invece il gas soporifero che precedeva il gelo. Sfrigolava via dal suo beccuccio. Quell’emozione l’avevo già provata nel simulatore, così come l’improvviso pulsare del sangue nelle tempie, e l’inconfessata paura di non svegliarmi più. Ma ora era diverso. Era la volta giusta, questa. Oppure mi stavo confondendo?

La Compagnia era assai scrupolosa, e il check-in durava fra prove, indagini e visite mediche quasi un mese. Ma non potevo sbagliarmi. È la vera partenza, questa. Finalmente. Vediamo cos’altro potrò ricordare del mio ultimo giorno sulla Terra, mi chiesi, perché appena rinchiuso nel mio sarcofago traslucido provavo una gran voglia di parlarmi. Le hostess erano scomparse, con le loro gonne corte plissettate e le grosse tette ricoperte di pellicole multicolori. Avevano già abbandonato la nave, scivolando via come fantasmi. Non c’era più nessuno nel salone. Potevo a malapena distinguere qualche vasca come la mia, e un silenzio di ghiaccio. Tentai di guardare dentro quella più vicina, alla ricerca magari di uno sguardo, una smorfia di complicità, o un cenno di saluto. Un po’ di calore umano da qualche compagno di viaggio, con cui lasciarmi andare all’ultimo rigore. Ma non c’era più nulla da vedere nelle vasche. Una specie di fumo bianco scintillava il riflesso delle luci della cabina che si andavano attenuando, così denso da celarvi il corpo che conteneva. Anch’io non sarò altro che questo, pensai, una nebbia che rifrange abbagli. L’avrebbero spenta presto del tutto l’illuminazione nella sala, per anni e anni di navigazione al buio, nel silenzio. La navicella, coi suoi passeggeri addormentati, non avrebbe avuto bisogno di luci né di suoni, e nemmeno d’aria. Trascorrerò un decennio vivo nella morte. E a quel pensiero, invece di raccogliermi in quiete, come m’era stato raccomandato, cominciai ad agitarmi.

Gabriele Frasca

Fra le ultime pubblicazioni di Gabriele Frasca (Napoli 1957) ricordiamo: Prime. Poesie scelte 1977-2007 (Luca Sossella, 2007), L’oscuro scrutare di Philip K. Dick (Meltemi, 2007), la cura e la traduzione di In nessun modo ancora di Samuel Beckett (Einaudi, 2008), e il romanzo Dai cancelli d’acciaio (Luca Sossella, 2011).

loading