1905. UN ANNO CHE CAMBIÒ LA VISIONE DEL MONDO

Marco Pierini e Francesco Tampieri

Finalmente sulla terraferma, i marinai si ubriacano all’osteria. Escono e vagano casualmente, non sappiamo dove ciascuno va a finire. La spiegazione del moto browniano (Einstein, 1905) ci insegna a prevedere come si sparpaglia nel tempo la ciurma (a patto che sia numerosa). Il plastico e’ stato realizzato da studenti del Liceo Laura Bassi di Bologna.

Se lo scorrere del tempo è come il flusso della sabbia in una clessidra, il 1905 fu – casualmente? – la strozzatura che raccolse tanto del passato nell’arte e nella scienza e diede avvio a una grande rivoluzione della visione del mondo. Eventi, mostre, pubblicazioni hanno preso vita nel corso di un anno magico che ha raccolto eredità del passato e allo stesso tempo ha lanciato un ponte verso il futuro. Il 1905 è stato un anno casualmente paradigmatico, ed è bello ripercorrerlo con leggerezza per cogliere un’atmosfera, una congiunzione astrale (direbbero alcuni), e magari lanciare qualche spunto per l’attualità.

È ben noto come gli inizi del XX secolo siano stati densi di novità in tutti i campi dell’attività umana; sappiamo anche che eventi oggi ritenuti epocali, furono talvolta spostamenti minimi, altre volte proposte incomprese e quindi momentaneamente rimosse, altre ancora manifestazioni violentemente contestate.

Val la pena conversare attorno a cinque spunti che attengono a mondi tradizionalmente lontani: la fondazione del gruppo Die Brücke a Dresda, la pubblicazione di tre articoli di Einstein sui quanti di luce, sul moto browniano e sulla relatività, la mostra dei Fauves al Salon d’Automne a Parigi.
Fritz Bleyl, Erich Heckel, Ernst Ludwig Kirchner e Karl Schmidt-Rottluff volevano rovesciare le convenzioni dei pittori che li avevano preceduti, esprimere le loro emozioni con intensità nuova. Erano dei giovani ribelli che volevano costruire un ponte tra i grandi “espressionisti” del passato tedesco e il loro futuro. Fortemente pervasi da un’angoscia esistenziale che li poneva in conflitto con la società borghese e sembrava prefigurare laderiva della guerra, dettero vita a un “universo parallelo” deformato, straniante, inquieto, non meno ‘vero’ e autentico di quello che per convenzione chiamiamo “realtà”.
Albert Einstein credeva, potremmo dire, in una consistenza interna delle leggi della natura, che lo spingeva a lavorare su ipotesi fortemente rivoluzionarie pur di salvaguardare la sua visione del mondo (e non si parla di storia della scienza, ma piuttosto della necessità di sistematizzare brandelli di conoscenza). Così la sua ipotesi euristica – tale la definì nel titolo dell’articolo che fornì la spiegazione dell’effetto fotoelettrico – della quantizzazione dell’energia della radiazione di corpo nero, era rivolta a dare una descrizione unitaria fisicamente ‘sound’ alle ipotesi empiriche e applicabili parzialmente che erano state avanzate per descrivere i risultati sperimentali. L’analisi del moto browniano e la formulazione di un’equazione stocastica per descrivere il comportamento collettivo di un insieme di oggetti – le particelle inanimate osservate da Brown più di mezzo secolo prima – possono essere lette come se la tensione verso la comprensione dei fenomeni complessi si debba arrestare di fronte a un limite invalicabile – l’impossibilità di conoscere ogni singolo dettaglio del moto – e tuttavia la mente umana può formulare nuovi schemi di lettura dei fenomeni e di previsione. Il superamento dei paradossi che sorgevano dall’applicazione delle leggi della elettrodinamica di Maxwell e Lorentz imponendo l’idea newtoniana di spazio e tempo assoluti lo portò a formulare la teoria della relatività, per garantire che anche per le onde elettromagnetiche valesse il principio di relatività che Galileo aveva visto per la meccanica classica.

Henri Matisse e André Derain guidarono una pattuglia di artisti inebriati dalla luce e dal colore che ottenne la sala centrale del Salon d’Automne parigino il 15 ottobre del 1905. Il critico Louis Vauxcelles, notando una statua in marmo in mezzo a una sala tanto violenta, squillante, accecante, proruppe nel celebre giudizio: “un Donatello parmi les fauves”, attribuendo così – sebbene inconsapevolmente – il nome al gruppo. La visione delle ‘belve’ era meno drammatica e più mondana di quella dei colleghi tedeschi, dei quali condividono comunque vigore, energia e intento sovversivo, almeno in campo estetico.

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