BRING SOMETHING BACK...!

Enzo Mansueto

Meningite, la diagnosi. Un blackout mentale di quasi un anno. Memorie azzerate: sette anni e passa di vita bruciati. E un anno perso a scuola, a Eden Grove. Il mio Eden, figùrati, perduto. Gli altri bambini giocavano felici tra i ratti, ai margini dell’insediamento industriale di Finsbury, ed io, chiuso nelle due stanze squallide della nostra casa senza cesso, puntavo su una crepa del soffitto due occhi spalancati e chiusi. Alla radio,
quei fighetti del Kent coi capelli lunghi cantavano: It’s All Over Now. L’avessero finita davvero. Li avrei ammazzati tutti.

Chissà quando sono stato concepito? Mia madre mi raccontava di certe notti elettriche, col babbo. Lui tornava tardi dal turno di lavoro, dopo qualche pinta scura al pub, lasciata al deposito la gru. Lei tornava da casa della vicina, la maestra, quella con l’apparecchio televisivo, dopo la diretta di The Quatermass Experiment. Tornava spaventata alle sue preghiere di immigrata cattolica. Il giorno dopo, al negozio all’angolo, era tutto un parlare di missili, contaminazioni, creature dallo spazio. No. I conti non tornano. Se così fosse stato, sarei nato prima, chessò, nel 1954, come il rock’n’roll di
Elvis. No, davvero, io del rock’n’roll sarei stato piuttosto la pietra tombale. Una versione diversa della saga famigliare dice che mamma mi teneva già in grembo – ero dunque appena un feto, un aborto mancato, un fottuto impiastro sanguinolento –, mentre guardava le puntate nuove di Quatermass II (o forse mentre vedeva al cinematografo il film tratto dalla prima serie). Anno del mondo: 1955. E qui i conti tornano. E per fare tornare pure quelli della trilogia, mentirò dicendo che le uniche schegge superstiti della mia infanzia smemorata, qualche anno dopo, sono le immagini di Quatermass and the Pit, con quegli scavi che risuonavano cavi come gli impressionanti cantieri di Londra a quel tempo, da Knightsbridge alla City, mutata dalla guerra. Sputavano dalle viscere bombe, fossili e rovine dell’impero. Ah, proprio all’inizio di quel 1955, l’anno della mia sbrodolata concezione, la RAF si dotava del suo primo squadrone atomico.

Ora che ci penso, tutta questa leggenda ruota attorno all’atomo e alla TV. Bombardamento catodico. Quello della maestosa incoronazione a Westminster che ci aveva fottuti, svenduti, amerikanizzati. Da colonizzatori a colonizzati. Hanno potuto più le antenne della BBC su Ally Pally che le V2 naziste sul sifilitico East End. La TV, la diretta, la tele-visione, non la visione del lontano, ma la visione allontanata. Elisabetta, nella navata virtuale del tinello di casa, splendeva salvatrice, che Dio la salvi: la gente aveva il mondo in casa, mentre i John, a Finsbury, ad Hackney, a Shepherd’s Bush, marcivano non visti.

E però, uno di quei Johnny, a occhi spalancati e chiusi, bambino, per quasi un anno era stato nello spazio profondo. E da lì era tornato soltanto perché la mamma, malata, urlava, sulle note distorte del Lago dei Cigni: Bring Something Back...! Tornò che puzzava di spirito adolescente: coi capelli verdi e i denti corrosi.

Poi ci finii io dentro alla TV. Merda. Tutte quelle luci del cazzo, a smaterializzarti. Anche fuori, c’erano le luci di Natale, già. Era il primo di dicembre, quando ci chiamarono per sostituire in diretta quelle seghe dei Queen (Queen: solo un caso?). Portammo anche la nostra cricca di giovani e carini. Qualcuno arrivava da Bromley. Quel coglione etilista del conduttore – quanto stava sul cazzo a mia madre! – ci provocò.
Pensava di stare al gentlemen club coi suoi amici puttanieri. Lo distruggemmo. Tornai a casa col bus notturno. Avevo detto: merda. In TV. Ero una star. Ero una star, e non lo sapevo. Ma addosso, sulla pelle, nei capelli, nell’immagine pubblica illimitata, la
mutazione era ormai evidente.

Ero il fiore sbocciato da quella fogna. L’esperimento di Quatermass o di chissà quale altro servizio deviato governativo. Il prodotto indesiderato, l’effetto collaterale degli intrugli politico-sociali alla vigilia del Giubileo d’argento. Così pensavo. Londra era solo ripianificazione urbana, glam scaduto e pisciatura. Sui palcoscenici pirotecnici i dinosauri suonavano la loro interminabile masturbazione prog. In strada, montagne di immondizia. Fumi tossici e invisibili si spargevano sulla città dalle ciminiere della centrale di Battersea. I maiali coi colletti bianchi preparavano la mascherata reale nelle grandi arterie del centro o lungo il fiume. Ma il missile mi aveva sbarcato nei poveri caseggiati vittoriani di Benwell e lì, Pomp and Circumstance suonava straniante e irridente come una musichetta da vaudeville. Una beffa, una grande truffa, un mandarino ad orologeria.

I primi tempi furono belli. Con tutti quegli extraterrestri nel pubblico, man mano che la contaminazione dilagava. Non c’era poi tanta differenza tra le band sul palco e la gente di fronte. La Donna-Gatto, il ragazzo al guinzaglio, l’infermiera nazista. Ognuno si inventava qualcosa: abiti, acconciature, soprannomi, modi di ballare. I gruppi si mescolavano, dai Flowers of Romance ai London SS. Ma era solo la prima fase.

Cominciai a capire che qualcosa non andava, quando comparvero nel pubblico i primi cloni. Repliche di me: spille da balia, creeper, abiti di tartan, capelli appuntiti color carota, sguardi sbarrati (ma senza meningite). Distoglievo lo sguardo, mi disturbavano. Non era il timore del sosia. Era peggio. Prendeva piede in me la consapevolezza che forse i miei agenti mutogeni erano stati strumentalizzati. E non parlo solo di Malcolm e dei suoi viscidi calcoli. Qui c’era di mezzo qualcosa di più grosso: chi mi aveva sparato nel vuoto? chi aveva buttato la prima spazzatura nello spazio? i Russi, gli Americani? che cosa mi si era attaccato addosso? che cosa stavo spandendo a mia insaputa?

Ero diventato paranoico. Molto paranoico. Ever get the feeling you’ve been cheated?

Di mezzo c’era stato il 1977: l’anno della canonizzazione. Ometto la cronaca ben nota. All’inizio dell’anno successivo, lasciai tutto. Di punto in bianco, proprio lì, in America. Nessun divertimento. Non si cantava ancora California Über Alles, eppure vedevo chiaro il senso della Cosa. Vidi che le iniezioni nelle vene del mio amico col nome da criceto – uno dei John – non elargivano fluido spaziale. Fu un incubo, un esilio: e la Regina con gli occhi a svastica non mi permetteva di tornare. Seguii dal poster sul muro un bus con destinazione Nowhere e, con scalo decivilizzante nella Giamaica degli schiavi, presi la via del controesperimento. Dovevo strapparmi di dosso la pelle artificiale che mi avevano cucito. Ci sarebbero voluti anni, decenni, forse. O un colpo di teatro, alla Riccardo III.

Tornai. Scagliai sul pianeta la mia poesia acida, rinchiusa in una scatola di metallo. Rinchiuso nella mia casa a Gunter Grove, a Chelsea, tutto ciò che mi rimaneva: un delirante nido con le finestre oscurate a due passi dal retrobottega del Sex, dove mi avevano eletto prima Anticristo e poi, soliti Giuda, fottuto. All’orizzonte, la nube tintinnante degli anni Ottanta stampava un sorriso idiota sulla classe lavoratrice.

Il contagio, intanto, veicolato dai miei cloni e dalla mia immagine pubblica, replicata all’infinito, dilagava nel mondo. Le tracce della contaminazione, come fossili o rovine, sarebbero più tardi finite nei musei, nelle teche, sulle carte di occhialuti osservatori nelle università. Il sistema scolastico britannico mi aveva espulso, ed ora eccomi là, oggetto di tesi di laurea e dottorati. Studi culturali, sottoculture, stili di vita, dadaismi e situazionismi da salotto gonfiavano i curricula di impostori che ragliavano io-c’ero io-c’ero io-c’ero. Non avevano ascoltato una sola parola che avessi detto. Erano interessati a qualcosa di più profondo: il colore dei miei capelli.

Qualcuna di quelle saccenti sanguisughe cominciò a studiare la Cosa. Quattro lettere. Sostenevano che tutto fosse cominciato a New York, prima. Stronzate. Tutto era cominciato nello spazio profondo, nel buco nero a Finsbury, tra le maglie invisibili della guerra permanente. E se proprio volessi trovarmi degli antecedenti, inciampando su realtà slittate, dovrei spingermi a sud-est, nell’inferno di cemento di Thamesmead. Ci aveva visto giusto Stanley K.

Eppure, adesso, a rileggere queste squinternate parole, il sospetto che gli Americani in qualche modo c’entrassero ce l’ho pure io. Tutto mi si rovescia. Giro il cannocchiale dall’altra parte e vedo una svastica sventolare sulla Casa Bianca e su Buckingham Palace. Vedo Stanley K. che vede il mondo, e ce lo fa vedere, con le lenti della NASA. I Ramones, uno dopo l’altro, sono stati “ritirati”. Di Sid, ho già detto. Quel che restava di noi si sputtanava con un ladrone alla voce e un finto Martin Bormann al basso.

La cosa più brutta che avevo scritto non l’avevo scritta io e parlava di Belsen. Un errore. A Belsen non c’erano i gas. Non volevamo dire quello. Ma che era una figata. I wish you were here, gridavamo. Solo uno scherzo di cattivo gusto? O una premonizione della nuova Belsen? Sì, in un certo senso. Dai campi di sterminio ai centri commerciali. Altre vacanze. Altri gas. Ci hanno sterminati. Ritirati. Sostituiti. È stato un lampo, la vita di quegli anni. Per i più fortunati, giusto una vacanza economica nella miseria degli altri. No, Belsen non era un errore: noi avevamo capito tutto. Per lo più, siamo stati fraintesi.

Guardo oggi la mappa di Londra, chiusa dalla grande strada orbitale M25, e strappandola a pezzi con gli occhi spalancati e chiusi, come in un décollage di Jamie Reid, vedo emergere gli strati mnemonici occultati da sessant’anni e passa di “ricostruzione”. E penso: chissà dove caddero i missili. Chissà perché il Blitz si accanì sull’East End. Chissà perché, tra quei vicoli purulenti, sempre si ripetono sordide storie all’ombra della Regina. Chissà cosa scorre nelle acque interrate sotto Farringdon. Chissà perché la propaganda nazista dei giochi olimpici ha scelto e cancellato Hackney? Domande per bizzarrie psicogeografiche nei passaggi di una città derelitta.

La nostra storia, per la verità, cominciò dall’altra parte, nell’agiato e modaiolo West End, in fondo là dove la lunga Kings Road fa un gomito che segna quella zona ricostruita dal nome inequivocabile: World’s End. Anche lì, poco più di trent’anni prima, erano cadute le bombe. Poco più di trent’anni. Lo stesso gap che oggi ci separa dai primi anni Ottanta, se ci pensi. Oggi, da quella distanza, te, giovane musicista, devi fare i conti con Boy George o i Sigue Sigue Sputnik, noi, invece, facevamo i conti con le bombe. Senza le bombe, mi pare ovvio, non sarebbe stata la stessa storia. Sai cosa intendo?

E allora, come poteva la Cosa nascere a New York? Me lo cantava mamma: portami qualcosa da lassù, cambiando questa volta le parole di We’ll meet again. E non sarebbe stata una canzone d’amore.

Enzo Mansueto

Enzo Mansueto (Bari 1965). Poeta, saggista, critico letterario e musicale, insegnante, è stato figura di spicco della scena post-punk italiana nei primissimi anni Ottanta, raccontata nel suo contributo per Lumi di Punk, a cura di M. Philopat (Agenzia X, 2006). Ha pubblicato le raccolte poetiche Descrizione di una battaglia (Scheiwiller 1995) e Ultracorpi (Edizioni d’if, 2006). Nel 2010 ha pubblicato il libro/cd di poesia fonografica Scassata dentro (Edizioni d’if ).

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