FU VERA GLORIA?

Marco Pierini

Jamie Reid, Los Pistoleros Del Sexo, 1979, Jamie Reid copyright Sex Pistols Residuals,courtesy Isis Gallery, UK

Esattamente quattro anni fa, in occasione del festivalfilosofia dedicato alla fortuna, “civico 103” faceva la sua prima, timida, apparizione, con il medesimo formato di oggi ma con una foliazione minima e con tutta la provvisorietà e la sperimentazione che un numero 0 porta necessariamente con sé. Dopo tredici numeri, altrettanti scrittori coinvolti per il racconto d’apertura (il nostro grazie va oggi a Enzo Mansueto), 70.000 copie cartacee distribuite, sarebbe forse utile tracciare un bilancio dell’impresa, tuttavia ancora troppo immersa nel presente e proiettata verso il futuro (è da poco on line la nuova web App civico103.net) per riflettere sui propri ‘allori’, operazione ancor più pericolosa e sconveniente se tentata nel corso di un’edizione del festival dedicata alla gloria! Anzi, quasi a schivare preventivamente ogni tentazione, la Galleria civica e il suo house organ hanno scelto di confrontarsi con un artista che alla gloria ha saputo guardare in modi diversi e persino antitetici, Jamie Reid: denunciando l’arroganza, l’ottusità e persino la violenza dell’ordine costituito e dei suoi massimi rappresentanti e allo stesso tempo esaltando la bellezza, la spiritualità, le tradizioni, spesso rielaborate attraverso una personale rilettura dell’opera e del pensiero di figure esemplari come William Blake e Thomas Paine.

La mostra, alla quale si è introdotti dalle parole, mai scontate, dello stesso Reid estrapolate da un’intervista con John Marchant, massimo conoscitore del lavoro dell’artista, pur senza ambire ad essere una retrospettiva, traccia un percorso dalla fine dei Sessanta fino ai giorni nostri, rendendo conto degli anni seminali del collettivo grafico anarchico e neo-situazionista “Suburban Press”, del periodo legato all’immagine dei Sex Pistols, delle altre avventure in campo musicale, dell’evoluzione mistica della sua arte – un misticismo non esclusivamente trascendente ma impregnato di fisicità e saldamente legato alla terra – in un itinerario coerente e consequenziale nel corso dei decenni.

Del resto, che lo stesso fenomeno del Punk, nel triennio 1975-1977, non fosse una deflagrazione improvvisa, come le cronache di allora e troppi storici frettolosi hanno raccontato, ma trovasse radici profonde in alcuni aspetti della cultura d’avanguardia (il Situazionismo, ad esempio) e della cosiddetta sottocultura popolare (il Rock and Roll, i Teddy Boys) dei due decenni precedenti lo dimostrano innumerevoli richiami, echi, riflessi, ma anche il percorso formativo e le vicende biografiche di molti degli attori principali. Lo testimonia con efficacia, in mostra, la gouache Up They Rise: A Playground for the Juggler, dipinta da Jamie Reid nel 1968, che raffigura Malcolm McLaren come “un alchimista: un manipolatore del nuovo spazio urbano” (John Savage). Nell’anno del maggio francese, al quale pure idealmente aderivano, due studenti d’arte, poco più che ventenni, sembrano gettare inconsapevolmente i primi semi della successiva rivolta giovanile degli anni Settanta. Questa volta, però, l’avrebbero vissuta da indiscussi protagonisti.

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