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John Marchant, Isis Gallery

Jamie Reid, Gentle Gray Instigator, s.d., ink and gouache on paper © Jamie Reid, courtesy Isis Gallery, UK

Una conversazione con Jamie Reid, pubblicata in "The Idler Magazine 38: The green man", 2006

Alcuni anni fa, mentre vivevo a New York, mi è stato chiesto di collaborare con l’artista britannico Jamie Reid per l’organizzazione di Peace is Tough, una vasta indagine retrospettiva sul suo lavoro. Sono risultate subito evidenti l’importanza e l’ampiezza della sua opera, che spazia dal ricorso a una raffica di riferimenti culturali con i Sex Pistols, riprodotti e rivisitati all’infinito, fino all’uso degli acquerelli estremamente contemplativi raffiguranti la natura, che rispecchiano il suo profondo legame con i movimenti impercettibili della terra. A un primo sguardo sembravano esserci forti contraddizioni fra i diversi periodi, ma dal momento in cui ho iniziato ad addentrarmi nel suo lavoro e a conoscere Jamie, tutto ha iniziato a fondersi. Man mano che procedeva il lavoro, si presentava anche la sua équipe proveniente dalla sua città adottiva, Liverpool. Ho perso il conto di quante persone fossero, ma si sono tutte riunite per inscenare lo spettacolo Peace is Tough in uno spazio aperto a Manhattan, divenuto, nelle successive sei settimane, un luogo di indagine, un rifugio, uno spazio performativo, una casa-dormitorio e uno spazio dei sogni. Negli anni successivi ho avuto il piacere di conoscere Jamie molto meglio. Discendente spirituale del riformatore socialista post-edoardiano e capo druido George Watson MacGregor Reid, Jamie si muove attraverso punti di osservazione ancestrali disparati che spaziano da William Blake, Gerrard Winstanley and the Diggers, Thomas Paine, Wat Tyler e Simon de Montfort, ovvero, per dirla con le parole di Julian Cope, tutti i “fottuti giusti lungimiranti”. C’era comunque una cortina di fumo intorno a lui che velava la sua persona e il suo lavoro. Ignorato dal mondo dell’arte a causa della sua rigidità intellettuale, è stato etichettato in modo superficiale da parte di una stampa sempre più nostalgica il cui intento è sempre stato solo quello di nutrirsi del cadavere del Punk. Pare sia il momento giusto per iniziare a chiarire un po’ le cose.

Qualche dato iniziale: nato nel 1947, Jamie Reid è stato membro fondatore del gruppo grafico ispirato al Situazionismo denominato Suburban Press con sede a Croydon. Diviene quindi responsabile della grafica e l’impaginazione di Leaving the 20th Century di Christopher Gray. Alla fine del 1975 Malcolm McLaren gli chiede di lavorare con i Sex Pistols, per curare sia l’immagine che l’agenda politica. Dopo la loro scomparsa Jamie sperimenta nuovi luoghi e progetti: Bow Wow Wow, Parigi, attività performative, e l’ambiente squatter di Brixton. Nel 1987 Up They Rise – the Incomplete Works of Jamie Reid pubblicato da Faber and Faber, co-prodotto con il giornalista musicale Jon Savage, documenta le sue influenze e le opere eseguite fino ad allora. Sentendo la presenza di un’aria nuova nella società, Reid viene progressivamente coinvolto in vari gruppi e movimenti di protesta, No Clause 28, Legalise Cannabis Campaign, Reclaim the Streets e Warchild, per citarne alcuni. Nel 1989 forma una commissione decennale per rinnovare e reinventare sia gli spazi di registrazione sia gli spazi ricreativi degli East Strongroom Studios londinesi, usando “la magia del colore e la geometria sacra” al fine di incoraggiare la creatività e la calma. Successivamente trascorre cinque anni nel ruolo di coordinatore visivo per le produzioni della band Afro-Celt Sound System. Dal 1997 la retrospettiva Peace Is Tough ha inaugurato a New York, Tokyo, Dublino, Atene, Glasgow e Liverpool, presentando collage, pittura, fotografia e filmati. Attualmente sta ultimando un progetto di dimensioni gigantesche (600-700 pezzi) basato sul calendario druidico Eightfold Year.

Ci siamo incontrati di nuovo a est di Knighton, a Powys, ai confini del Galles, in un punto che fu ferocemente conteso nelle guerre con gli inglesi. Fu sempre in questa zona che nel 1921 il fotografo antiquario Alfred Watkins ebbe una rivelazione sulle connessioni nascoste all’interno del paesaggio britannico che poi riportò nell’irrinunciabile Old Straight Track, e fu in seguito visitato dal Leone di Giuda in persona: l’Imperatore Hailé Selassié! Mentre parliamo, Jamie estrae gli strumenti del mestiere e inizia a dipingere.

IM: Jamie, passi molto del tuo tempo a contatto con la terra. Mi puoi dire qualcosa a riguardo?
REID: È un tutt’uno... seminare, piantare, coltivare, raccogliere, nutrire. Siamo custodi di questo pianeta... il Giardino dell’Eden, il paradiso terrestre. Ci siamo impegnati al massimo per fottere il pianeta. Il mio lavoro è profondamente influenzato dal tempo trascorso lavorando la terra. La coltivazione biologica è parte integrante di questo. Posso passare ore a fare giardinaggio e poi andare avanti ore con la pittura; azioni che si fondono e si intrecciano l’una con l’altra. È veramente al centro del mio credo spirituale: l’amore e il rispetto per la natura, e il nostro ruolo all’interno di essa.

IM: E cosa ci puoi dire rispetto ai tuoi valori spirituali?
REID: Il druido estinto! Quando sottoponi veramente le cose all’attenzione della gente comune – intendo la gente comune che non si sarebbe mai presa la briga di andare in una fottuta galleria d’arte o in un museo – e credo a giusta ragione, per molti versi... Penso che la magia sia sempre esistita per il popolo della terra. Semplicemente sapevano – non avevano bisogno di un sacco di rituali farfugliati; sapevano e basta... perché guardavano, cazzo! Ora, invece, noi non riusciamo più a vedere.

IM: Hai fatto delle tue ricerche sulle linee temporanee, sulle ley-lines? Che cosa sono, cosa significano?
RIED: L’ho fatto solo osservando, guardando e cercando di vedere. Qualche anno fa facevo un sacco di dipinti geometrici. Tendo a farli e poi solo dopo risalgo alla fonte. Sapevo della geometria sacra, ma solo quando mi ci sono immerso ho capito davvero di cosa si trattava. In un certo senso, ricorre sempre il fatto dell’importanza di essere autodidatta. È un aspetto così fondamentale in tutto – dall’epoca primitiva al Rinascimento, per qualsiasi cosa che tu voglia approfondire. Lo puoi vedere come si rivela davanti ai nostri occhi attraverso il paesaggio. Basta immergersi in esso – si tratta di un’esperienza totale in cui ti perdi completamente. È la stessa cosa che sento quando sto lavorando intensamente poiché mi succede di andare completamente in trance – che è il motivo per cui non posso parlare e dipingere contemporaneamente. È tutto molto intenso. È molto profondo.

IM: Sei mai stato un teenager?
REID: Non riesco a ricordarlo! Sarà perché non ho mai smesso di essere un teenager. Penso che la musica abbia costituito probabilmente la mia più grande influenza, fin dal primo rock’n’roll. Croydon è stato davvero un grande centro dei primi Teddy Boys... e tutto il fenomeno di Bill Haley ha avuto un influsso enorme su di me. Ma suppongo che più di ogni altra cosa la più grande fonte d’ispirazione sia stata ciò che stava accadendo nel jazz in America a quell’epoca.

IM: Come ne eri venuto a conoscenza? Attraverso la radio o tramite gli amici?
REID: Compravo i dischi man mano che uscivano. Si trattava prevalentemente di Mingus, Coltrane, Pharoah Sanders, Archie Shepp, Ornette Coleman. Per me rappresentavano l’apice della cultura del Novecento. Qualcosa d’ineguagliabile. Sono anche andato a vedere una mostra di Pollock quando avevo circa 16 anni senza sapere nulla di arte moderna, e appena lo feci fu come entrare in un’altra dimensione.

IM: Tu descrivi le opere di Pollock come una pittura paesaggistica.
REID: Erano proprio come mondi di fantasia, potevi camminarci dentro e vedere quello che volevi. Mi è piaciuto molto il fatto che le opere rimanessero aperte all’interpretazione. E Blake. Ero ossessionato dalle opere di Blake della Tate. A quelle sono approdato per lo più grazie a mio padre. Nella mia vita di allora c’erano sempre l’arte e lo sport, e ho avuto la fortuna di essere veramente bravo nello sport. Come sai a quei tempi avevo intenzione di diventare un giocatore professionista di calcio o di cricket. Solitamente andavo a vedere Mingus e Sonny Rollins che si esibivano spesso al Ronnie Scott’s, e Soho all’epoca era una fonte di grande influenza. Così come lo sono stati Zappa, Beefheart e tanti altri. È stato un periodo incredibile. C’era una grande spinta legata alla sperimentazione. Era tutto spinto da un’enorme fiducia nel cambiamento, e infatti io sono stato educato alla politica. I miei genitori erano socialisti irriducibili ed erano molto coinvolti nel movimento contro la guerra – come mio fratello d’altronde – e così mi trascinavano fuori con loro, per le marce di Aldermasten, sin dalla tenera età.

IM: Il 1968 fu una sorta di spartiacque nella storia della protesta popolare, Parigi ferveva nella convinzione che la rivoluzione fosse imminente, Martin Luther King veniva assassinato, l’offensiva del Tet in Vietnam era iniziata e i vincitori di medaglie come Tommie Smith e John Carlos alzavano i pugni a sostegno del movimento della Pantera Nera durante le Olimpiadi in Messico. Qual è stata la tua esperienza di Londra nel 1968?
REID: Faceva tutto parte del periodo R.D. Laing e Cooper. Ognuno di noi stava cercando qualche alternativa. È stato un periodo fantastico di cambiamenti e di possibilità. La gente aveva la convinzione di poter influenzare le cose davvero e invece, da allora, politicamente, la situazione non sarebbe potuta diventare più repressiva. Siamo stati progressivamente messi sotto controllo. Abbiamo perso la nostra convinzione che le persone possano davvero cambiare qualsiasi cosa. Ma in un certo senso stiamo attraversando il periodo di cambiamento più importante della storia dell’umanità. È in atto un processo di accelerazione, stiamo sperimentando nell’arco di una sola generazione tutto ciò che l’umanità ha passato nel corso di millenni. Penso che l’America di oggi sia come l’antica Roma e che cadrà molto presto. Sul piano economico stanno prendendo piede la Cina e l’India, non è vero? Beh, penso che tutto ciò potrebbe crollare. Andremo di nuovo verso i piccoli stati. La Cina crollerà, l’India si spaccherà, ovunque avremo uno sbriciolamento in unità più piccole, perché le persone possono davvero sopravvivere solo in realtà più piccole. Penso che si potrà veramente apprezzare questo mondo meraviglioso... Dio, mi sembra di parlare come Louis Armstrong! È un posto così dannatamente bello e noi siamo i suoi custodi mentre la fottuta economia... è come Babilonia. La gente potrebbe essere molto felice praticamente con nulla.

IM: È questo il filo rosso del tuo lavoro, speri di riuscire a fare in modo che la gente pensi veramente di potersi godere questo mondo?
REID: In linea di massima sì. Suppongo che da un lato ci sia questo aspetto nella maggior parte delle mie opere, sia che riguardi la pittura, la fotografia o i frammenti di riprese che ho fatto. C’è un apprezzamento... una grande considerazione per la bellezza, nel vedere la magnificenza delle cose. E c’è, ovviamente, anche l’altro elemento – l’elemento politico – il punk collage, punk qualunque cosa la si voglia chiamare (agit-prop) che commenta la malvagità dei poteri costituiti. Per me non c’è contraddizione tra questi due aspetti, ma è qualcosa che mi fa soffrire come artista, come persona che dà il suo contributo alla cultura. Io non rientro in una singola categoria. Ritengo che il vero scopo di un artista sia quello di essere aperto, come un esploratore che va sempre avanti, non di essere ingabbiato nella routine. Se guardi un elenco delle mostre che ho tenuto, circa un terzo di loro non è neanche stato registrato. Ho fatto una mostra con Ralph Rumney che penso sia stata organizzata da Stewart Home. C’era anche una cosa che ho fatto intorno al periodo della prima Guerra del Golfo con John Michel (1933-2009) a Camden – una mostra sulla pace dove lui aveva tutta questa roba sulla geometria sacra. Se stiamo parlando d’influenze, quella di John Michel è unica nel suo genere. Quell’uomo era come un mago moderno. Lo amo perché era così affabile. Una persona così squisita.

IM: Quando vi siete incrociati per la prima volta?
REID: Probabilmente negli anni Sessanta, con gli opuscoli che ha fatto sulla geometria sacra e le ley-lines. Ovviamente c’è una grande connessione tra lui e Watkins.

IM: In poche parole, si trattava di un mentore.
REID: Un mentore molto cordiale.
IM: La London Psychogeographical Association aveva una sezione sul proprio sito web che trattava di druidismo. Qual è il nesso?
REID: Penso che l’abbiamo menzionato prima, parlando dell’intero periodo. Prendiamo il Golden Dawn e il Druid Order in Gran Bretagna: erano tanto connessi politicamente così come lo erano spiritualmente; erano parte integrante della stessa cosa. Se si guarda al movimento sindacale nascente, era tanto spirituale quanto politico, ma le cose sono diventate sempre meno evidenti col passare del tempo.

IM: Beuys ha utilizzato i rituali come punto di avvio per gran parte del suo lavoro, alcuni dei quali sono ormai diventati reliquie sacre. Nel tuo caso che cosa viene prima? Usi le opere d’arte nei rituali o viceversa le opere scaturiscono dal rituale?
REID: Sono totalmente intrecciati e interdipendenti. L’intero processo del mio lavoro è molto ritualistico in ogni caso, in molti modi. L’impostazione, l’inizio e l’esecuzione... è tutto molto ritualistico, cado davvero in trance.

IM: Dove vai quando sei in questo stato?
REID: Entro in un vuoto totale – la mia mente è assolutamente vuota. Semplicemente la lascio fluire attraverso le cose.

IM: Hai delle illuminazioni quando ti trovi in questo stato?
REID: Beh, le illuminazioni si manifestano in quello che faccio e in ciò che produco. È tanto scienza quanto arte, e questo vale per tutti i tipi di situazioni. Mi riferisco al campo della chimica, della fisica, della matematica, e dell’astrologia. Si deve passare attraverso un profondo senso di vuoto e di purezza. Sia che si tratti di macrocosmi o di microcosmi, si tratta di cose che fondamentalmente fanno in modo che le persone si sentano elevate e stiano meglio. Beh, questo è un aspetto del mio lavoro, ma c’è l’altro lato, quello apertamente politico, che riguarda l’aspetto fottutamente malvagio dei poteri forti.

IM: Nel 2011 è stata creata un’installazione imponente in un vecchio magazzino nel nord di Londra realizzata con un cerchio formato da otto tepee a grandezza naturale, e il nuovo spettacolo di Brighton ha un tepee infilato in un salotto in stile georgiano. Che significato ha per te questa struttura?
REID: Da bambino volevo sempre essere un nativo americano quando si giocava a cowboy e indiani, e ho sempre nutrito una grande ammirazione per loro. Ho usato tepee in numerosi spettacoli e festival. Mi piace che li si associ al nomadismo, allo scorrere delle stagioni, al fatto che forniscano riparo e al senso di comunità. Li uso anche per rappresentare uno spazio di pace, un luogo per sognare e lasciare che la mente si elevi e si espanda. Trascorrere qualche ora in una di queste strutture, sia di giorno che di notte, è così spiritualmente edificante. Sono anche un simbolo che rimanda ai popoli indigeni di tutto il mondo, ed è perciò una forma di omaggio nei loro confronti. E ora con il mio spettacolo itinerante, RAGGED KINGDOM, saranno sempre messi in mostra, in spazi grandi o piccoli. L’ho potuto fare anche grazie alla collaborazione con il danzatore Navajo Dennis Lee Rogers, che contribuisce con un senso di cerimonia e gioia alle nostre inaugurazioni.

IM: Per finire, alla luce di tutto ciò che hai fatto: Ne Travaillez Jamais – parliamone!
REID: Dunque, la nostra cultura è orientata verso la schiavitù, perché adempiamo funzioni prestabilite, soprattutto sul luogo di lavoro. Ho sempre cercato di incoraggiare le persona a ponderare questo aspetto, e eventualmente fare qualcosa a proposito.

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