ALLA RICERCA DI MONICA

Claude Nori

Non ci si sbaglia a dire che la Pianura Padana è stata l’indiretta ispiratrice del Neorealismo.
Si tratta di un territorio allo stesso tempo geografico, politico, mentale, ma soprattutto poetico che segnò l’immaginario dei giovani registi impegnati in una nuova forma di cinema e i cui paesaggi, la provincia contadina e il popolo costituirono la materia viva protagonista delle loro opere.
Il Po, molto più dei fiumi mitici del cinema americano e di quello russo, ha costituito per i registi italiani un favoloso terreno d’avventura, un incrocio tra mare, terra, nebbia e nuvole, un viaggio tra realtà e romanzo, seguendo il quale ciascuno di loro è andato al fondo delle sue idee, delle sue emozioni e delle sue ossessioni. Questa forte attrazione per la natura si deve certamente al paesaggio, alle case squadrate, al suo fascino poetico – certo drammatico a volte per i cuori appassionati – a quei lidi dove le coppie si baciavano la domenica, ai pescatori ed ai contadini in sella alle biciclette. Come non venire commossi da questo fluido impalpabile e misterioso che attraversa le arcate delle città, le piazze dei villaggi, le aziende agricole, le capanne in legno, le file di alberi piantati simmetricamente, e da questa luce unica che afferra immediatamente lo sguardo.

In ogni caso il giovane Antonioni non si sbagliava. Nel 1942, ben deciso a fare cinema, inizia pubblicando dieci fotografie da lui scattate per illustrare l’articolo Per un film sul Po sulla rivista Cinema, nel quale getta le basi della sua arte. Il fiume è il vero eroe del documentario che girerà un anno più tardi con il titolo Gente del Po mentre Luchino Visconti non molto lontano realizza Ossessione ispirato al romanzo di James M. Cain, Il postino suona sempre due volte.

L’assistente di Visconti che altri non è se non Giuseppe De Santis, s’innamora così tanto di questa terra da girare cinque anni più tardi nelle risaie di Vercelli, Riso amaro, film cult prodotto da Dino De Laurentiis, stregato come noi tutti da Silvana Mangano, dalle sue gambe nude, dal suo petto fiero sotto il maglione, che poi sposerà qualche tempo dopo.
Silvana! Un concentrato d’erotismo che i miei genitori mi autorizzarono a guardare alla televisione nel 1961 quando il film fu trasmesso per la prima volta accompagnato dal famoso quadrato bianco.
Avevo dodici anni.
Antonioni tornerà nel 1957 sul delta del Po, a Comacchio, per realizzare Il grido, un tipo di road movie che racconta il vuoto interno, l’erranza triste e disincantata di Aldo, un operaio che si perde nella nebbia.
Ancora prima, il padre del Neorealismo, Cesare Zavattini, aveva raggiunto il suo scopo, unire letteratura e cinema, realizzando, come affermava lui stesso, un film per immagini. Sarà Un Paese, un libro mitologico con fotografie dell’americano Paul Strand e i testi di Zavattini, montati in un assemblaggio poetico e realistico che ha come tema Luzzara, il villaggio natale dello scrittore.
Nel 1975, Bernardo Bertolucci rendeva omaggio a questo grande cinema girando Novecento, un film che ha una durata di più di cinque ore, girato nel mondo agricolo della provincia di Parma. Nel corso delle riprese ho fotografato Robert De Niro che si annoiava e trovava molto divertente che mi chiamassi Nori.
Mia madre aveva incendiato il mio immaginario parlandomi delle mondine, in mezzo all’acqua fino alle cosce nelle risaie di Novara o di Vercelli, che cantavano Bella Ciao per farsi coraggio mentre trapiantavano il riso, prima della raccolta. Tuttavia, attraverso la nebbia, dove fantasmi di vecchie case apparivano a tratti sulle lingue di terra piatta, tra le file di alberi che bordavano il fiume, i miei pensieri tornavano irrimediabilmente a Monica.
Non volevo una ragazza comune, graziosa certamente in gonna o in jeans, distesa al sole come se ne incontrano molte in Italia, ma la vera Vitti, Monica Vitti! Mi ero messo in testa di incontrarla quando un giorno Luigi Ghirri mi informò che recitava in una commedia in un teatro non molto distante da casa sua.
In quella periferia banale e anonima come tutte quelle che circondano le città europee, la nebbia avvolgeva le case in fila. Anche nelle vicinanze di Reggio Emilia, i camion parcheggiavano la notte in zone assurde, nell’anonimato di lampioni che visti da alcuni metri di distanza apparivano poetici.
Fotografavo per giornate intere al freddo, all’umido, sotto la pioggia, asciugando incessantemente il vapore sull’obiettivo della mia macchina fotografica. Mi rifugiavo nei ristoranti ai margini del Po, con una grande stufa a carbone al centro della sala, dove mi riscaldavo miracolosamente le mani. Mangiavo anguille e bevevo caraffe di vino bianco assieme a rappresentanti di commercio, a operai, a pensionati e studenti. Camminavo per le strade fangose con un artista che faceva tutte le sere lo stesso numero arrotolando un boa attorno al corpo. Rideva al mio fianco tenendo le scarpe in mano perché si era infortunato a un tallone. Altre volte, giocavamo a calcio nelle vie di un villaggio con gli amici di Luigi che formavano un gruppo rock che si chiamava «i Fagiani»*. Era questo il Po, con l’attesa di Monica con le canzoni di Bob Dylan che ascoltavo e riascoltavo alla guida della mia auto. Paesaggi, colline, alberi, cieli coperti, bar sul bordo delle strade, argini, distese d’acqua, silos di grano e tante fotografie nella mente. Quelle degli altri: Pasquali, Bavagnoli, Strand, quelle di Ghirri che in una febbrile attività creativa con le sue immagini andava continuamente ricreando il territorio e la sua gente.
Venne infine l’appuntamento con Monica.
Il giorno prima le inviai all’hotel un mazzo enorme di fiori, accompagnandolo con parole infuocate. La sera, il suo agente mi telefonò per annunciarmi, con parole formali, che Monica non poteva più ricevermi.
Fuori la nebbia era diventata così spessa che non si distingueva più nulla, se non dei movimenti impercettibili in una luce diffusa quasi si fosse rimasti isolati dal mondo e dai suoi fastidi. Compresi allora che la mia odissea era terminata, che i paesaggi percorsi avevano disegnato il solo viso possibile di Monica, quello che si sovrapponeva alle file di alberi e alle nuvole: il viso che la mia immaginazione aveva inventato in virtù dei miei sentimenti.
Quest’appuntamento mancato decise il trionfo del mio cinema interiore.

 

*I Fagiani. Gruppo rock di Reggio Emilia formato tra gli altri da Paola Borgonzoni Ghirri e da numerosi amici di Luigi Ghirri fra cui gli scrittori Giorgio Messori e Daniele Benati.

Questo testo è un estratto del libro e parte del progetto di mostra di Claude Nori “Mon cinéma italien” previsto per il 2016.

Claude Nori

Claude Nori, fotografo, scrittore ed editore, nato nel 1949 a Tolosa da genitori italiani, scopre la fotografia nel 1968. Comprende molto presto le potenzialità espressive del mezzo fotografico, soprattutto la libertà e la leggerezza che esso concede per partire alla scoperta degli altri, del mondo e di se stessi. Fonda Contrejour, casa editrice e galleria d'arte a Montparnasse che diventa in breve un punto di riferimento per la fotografia sulla scena culturale del tempo.
Nel 1975 pubblica il suo primo libro di fotografia, cui seguiranno due film e numerosi altri libri autobiografici aventi l'Italia, l'amore, la nostalgia per l'adolescenza e la fascinazione per il cinema neorealista come temi centrali.
Il suo lavoro è consacrato da una mostra alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi nel 2012.

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