ART KANE. UN IMMAGINARIO SENZA CONFINI

Daniele De Luigi

Art Kane, Sonny & Cher, 1966. «McCalls» © Art Kane Archive

Il destino di Art Kane e della sua fama è piuttosto singolare nel panorama della fotografia americana e internazionale della seconda metà del Novecento. Nell’evocare oggi il suo nome, accade – e con immeritata frequenza – di imbattersi nello sguardo interlocutorio di chi dubita di averlo mai udito prima. Eppure, se proverete a mostrare alle stesse persone certe sue immagini, quegli sguardi si accenderanno, riconoscendo subito alcune celebri icone già viste pubblicate su giornali, riviste, o forse stampate in formato poster e appese alle pareti di qualche locale. Non occorrono ulteriori prove per dimostrare quanto le fotografie di Art Kane abbiano superato la popolarità del loro autore, diventando parte di un immaginario popolare legato soprattutto al mondo della musica pop, rock e jazz (etichetta questa che gli va senz’altro stretta), ma anche alla moda e ai temi sociali e politici che hanno infiammato la coscienza civile degli Stati Uniti intorno agli anni Sessanta. Kane è stato un mito nei decenni Settanta e Ottanta per moltissimi fotografi, anche di qua dall’Oceano, che ne ammiravano l’approccio libero e visionario all’image making e all’uso della fotocamera: valga per tutte la testimonianza di Franco Fontana, che ne sarebbe divenuto con gli anni grande amico, raccolta per l’occasione in una videointervista da Guido Harari, fotografo anch’egli, formatosi proprio sulle immagini di Kane e oggi tra gli artefici dell’appassionata operazione di recupero del suo archivio che ha reso possibile questa mostra. Un approccio perseguito senza compromessi, proprio come la sua vita, e che probabilmente è all’origine della sua alterna fortuna, a dispetto del carattere per certi versi pionieristico del suo lavoro e del fatto che le sue fotografie sono apparse su un’infinità di riviste senza essere mai state raccolte in un libro, almeno fino a sei mesi fa. [...]

Ad Art Kane non interessava seguire altro che non fossero le sue idee e il suo lavoro, infondendovi la propria passione e i propri principi. “Non sono capace di scattare in modo realistico. Ho bisogno di mezzi che permettano di allontanarsi da quella che consideriamo la visione normale”. Le sue fotografie non ricalcano mai il posarsi dello sguardo sul mondo, ma mirano a coniugare stupore e immediatezza. Le innovazioni tecniche, dagli obiettivi grandangolari alle pellicole a colori, si rivelavano ottimi alleati che non esitava a sfruttare sperimentandone ogni effetto. Nel campo della moda, inventò inquadrature che avevano l’arditezza delle avanguardie; per alcuni potevano apparire sgradevoli e poco eleganti, ma si sarebbero rivelate anticipatrici. […] Riuscì ad eccellere nel genere del ritratto, mettendo in campo quelle doti segrete che vanno oltre il bagaglio tecnico del fotografo: la capacità di entrare in sintonia con il soggetto, creatore dell’immagine al pari del ritrattista, e di interpretarne la duplice anima di individuo e di personaggio. [...]

C’è chi sostiene che Art Kane non avesse un suo stile, ma non è esatto: la verità è che non inseguì mai la riconoscibilità, la definizione di uno stile come “marchio di fabbrica”, che è tutt’altra cosa. Uno sguardo retrospettivo permette di cogliere con chiarezza la coerenza della sua visione e della sua idea di fotografia come forma espressiva capace di essere liberata da qualunque recinto.

 

Estratto dal testo pubblicato sul catalogo “Art Kane. Visionary”, Wall Of Sound Gallery, Alba (CN) 2015

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