ART KANE

Giovanna Calvenzi

Art Kane

Art Kane ha una parlata lenta, che si interrompe bruscamente per lasciare il posto a sonorissime risate in crescendo. Dalla finestra del suo studio, a New York, occhieggia l’Empire State Building; sui suoi biglietti da visita ha il disegno del divieto sovrapposto all’immagine di un toro che fa la cacca. “No bullshit – spiega – è un’espressione americana che significa “non raccontatemi storie”, e punteggia la spiegazione con la sua inevitabile e contagiosa risata. Parlando del suo lavoro diventa automatico fare riferimento al suo umorismo, all’allegria, alla sfumata ironia che compare in molte delle sue immagini più recenti. “In passato, pur facendo moda e pubblicità, mi sentivo molto impegnato e facevo ricerche fotografiche su argomenti di interesse sociale. Ho fatto un servizio in Louisiana sul Ku Klux Klan, un altro sulla musica soul a Harlem, con il risultato che tutti mi minacciavano, i bianchi volevano uccidermi, i neri volevano uccidermi. Chi mi conosceva bene si chiedeva come mai nel lavoro fossi così serio mentre nella vita mi piaceva tanto scherzare. Così ho smesso di fotografare e mi sono occupato di televisione, di cinema, di pubblicità. Da sei anni a questa parte, da quando mi sono rimesso a fare fotografie, ci sono stati molti cambiamenti nella mia vita: professionalmente ero arrivato sulla cima della montagna e la cima è un posto molto scomodo e pericoloso su cui stare perché quando sei in cima non hai più dove andare. Così ho ricominciato tutto da capo: il più grande piacere nella vita è muoversi, traslocare, scalare. L’umorismo che adesso vedi nelle mie foto è una parte di me, una parte irresponsabile e infantile che adesso posso concedermi di lasciar emergere. Posso e voglio scherzare e divertirmi, anche nel lavoro”.

Leggere la biografia di Art Kane è leggere la storia di una continua evoluzione all’insegna dei cambiamenti: studia fotografia con Alexei Brodovitch ma inizia a lavorare come art director; abbandona la direzione artistica per dedicarsi alla fotografia; abbandona la fotografia per dedicarsi al cinema, alla televisione, alla pubblicità che abbandona di nuovo per ritornare alla fotografia. Adesso pensa anche alla musica: ha scritto il libretto e i testi delle canzoni di Picture, un musical per Broadway, che è la storia di un fotografo e di una modella e di tutti i problemi professionali, i falsi valori che ci sono attorno alla professione. Ne parla con molto entusiasmo, ci fa sentire la cassetta con le canzoni (la musica è stata scritta da Michael Kamen) e spera che dal musical si arrivi alla realizzazione di un film. Il suo interesse per la musica tuttavia non è una novità e già i suoi primi lavori fotografici, alla fine degli anni Cinquanta, erano appunto ritratti di musicisti o la visualizzazione di canzoni di Bob Dylan e dei Beatles. Alla fotografia Art Kane era arrivato solo in un secondo tempo per concretizzare il suo bisogno di avere delle immagini fedeli alla sua progettazione, senza la mediazione di un altro fotografo, con alle spalle una notevole esperienza di art director addestrato a prevedere l’immagine giusta per ogni richiesta. La sua carriera, infatti, era iniziata a Seventeen, un periodico per teen-agers, che aveva poi lasciato per collaborare, sempre come direttore artistico, ai più prestigiosi Esquire e Viva. Nel 1959 abbandona la direzione artistica e si dedica completamente alla fotografia.

Fin dalle prime immagini lavora su un progetto che sintetizzi efficacemente le necessità dell’informazione: la sua “realtà” è sempre più reale del reale, più enfatica quindi più direttamente comprensibile. Abilmente sa adattare il suo linguaggio alle diverse richieste della committenza ma la sua capacità di suggerire idee – ieri come oggi – rimane una delle sue caratteristiche fondamentali. Art Kane affronta e risolve con la stessa ingegnosità ogni genere di immagini, dalla foto di moda al reportage di viaggio, dal ritratto alla pubblicità, con grande perizia tecnica e con sorridente ironia, attento sempre, però, alle reazioni del destinatario dell’immagine. “Spesso – ammette – i clienti vengono da me per la mia capacità di risolvere da un punto di vista concettuale i problemi di immagine. Mi piace pensare a delle soluzioni, risolvere i problemi” e mi mostra un album con tutti i disegni e gli appunti relativi ad immagini progettate e realizzate.

La costante è comunque il divertimento: con la stessa intuitiva freschezza, con lo stesso entusiasmo cromatico Art Kane affronta i ritratti, le campagne pubblicitarie, i servizi di moda. Nel servizio per Playboy la splendida modella nuda pulisce i gabinetti o cerca inutilmente di attrarre l’attenzione di un lustrascarpe affascinato invece dai fumetti; nel servizio per Vogue è lui stesso il sorridente modello che indossa gli abiti; nella campagna pubblicitaria per Cacharel il suo eroe è un eroe in fuga, che scappa per salvarsi la vita indossando abiti casual del sarto francese. “La campagna per Cacharel continua da sei-sette anni e mi piace molto. Quando l’abbiamo progettata c’era il precedente della campagna della linea femminile, realizzata con immagini morbide da Sarah Moon, e per la linea maschile io volevo un’immagine maschile e dinamica. Volevo il dramma, la suspence, quel clima un po’ da Intrigo internazionale di Hitchcock nel quale il protagonista fugge inseguito da un aereo”. All’aereo fanno seguito elicotteri, palloni areostatici, treni, e l’affannato ma elegante protagonista corre tra macerie, ponti, deserti, mostri d’origine spaziale. Kane è uno dei pochi fotografi al mondo capaci non solo di avere delle idee, ma anche di persuadere i giornali a fargliele realizzare. “È per questo che lavoro più volentieri in Europa, perché i giornali europei sanno rischiare. Il mio paese ormai è molto avanti, in una fase di comunicazione che privilegia radio e televisione e i giornali sono trascurati. Invece io ho un feeling romantico con la carta, mi piace toccarla, imparare dalla carta e poi il mio modo di comunicare, ora, è attraverso i giornali. I giornali di moda italiani sono stampati bene, di grande formato, danno respiro all’immagine mentre quelli americani hanno perso dignità”. Poi, quasi gli sembrasse di essere rimasto serio troppo a lungo, comincia a parlare male della fotografia. “Le foto sono disumane – dice fra lo scherzoso e il serioso – e parlare di fotografie e pubblicare e scrivere di fotografia è ancora peggio”. Nel salutarmi dice: “Quello che stai facendo è diabolico”.

 

Contributo speciale gentilmente concesso da Giovanna Calvenzi per la pubblicazione su civico103.net

loading