VIA LA MANO DALLA GOLA

Daniele Paletta

Il giorno in cui mi è stato chiesto di scrivere questo racconto era uno di quelli fatti per la gioia. Uno di quelli in cui la primavera si scrolla di dosso ogni dubbio e si annuncia al mondo con un sole color zucca in mezzo al cielo blu. Il mio umore, invece, non avrebbe potuto essere più distante da quell’immagine di felicità oscena. Avevo ringraziato impaurito come ogni volta che mi propongono qualcosa che potrebbe piacermi sul serio, e avevo chiuso la conversazione lasciando una ditata grassa sullo schermo del telefono. A pochi passi da casa mia, Nina stava venendo al mondo. Ma che ne potevo sapere io, perso nel mio pozzo di nuvole?

Erano giorni che stavo così, come se qualcuno si fosse preso l’impegno solenne di tenermi costantemente una mano alla gola per impedirmi di respirare. Quella zampa se ne stava premuta dove gli spigoli delle costole diventano all’improvviso un incavo morbido, un semicerchio dolce al centro di ogni simmetria, e non ne voleva sapere di allentare la presa.
Ero furioso, questa era la verità. Furioso. Come osava, quel cielo? Voleva costringermi a sorridere. Mi aveva inseguito sulle scale di un palazzo, aveva bloccato ogni via di fuga. “Guardami”, comandava. “Guardami.” Mi ero divincolato con stizza, ma lui era stato più tenace. Messo all’angolo, non avevo potuto far altro che rannicchiarmi, l’erba che mi cresceva tra i piedi sul cemento, un pugno a sorreggere la testa, due lunette rosse sotto agli occhi, la rabbia sfinita di un nobile costretto a prendere ordini. L’avevo guardato, quel cielo. E avevo dovuto concederglielo: era straordinario. Ma non mi sarebbe comunque servito a stare meglio.
Una volta tanto, ero stato capace di una decisione coraggiosa, ma avevo imboccato la strada sbagliata. Non riuscivo a pensare ad altro. “Il primo che prova a consolarmi con una frasetta di circostanza, giuro che lo fulmino” ringhiavo ad alta voce, con la casa vuota che mi compativa. Poi, all’improvviso, era arrivato un messaggio. Una vibrazione appuntita che richiedeva attenzione immediata. “Nata Caterina alle 17.13”. E anche la mano aveva mollato la presa.

Avevo finito per sceglierlo io, quel nome. “Caterina, detta Nina”, si era detto solo qualche giorno prima al tavolo di una pizzeria talmente piena di pianti di figli, urla di padri, rampogne di madri e ricatti emotivi di nonni da chiedersi se davvero fosse il caso di metterne al mondo altri, di bambini. “Caterina, detta Nina”, avevo detto di nuovo la sera prima al telefono, quando restavano solo due nomi in ballo e il parto era ormai questione di ore. E Caterina, detta Nina, alla fine era stato. “Questo significa che se da adolescente odierà il suo nome, almeno saprà con chi prendersela, giusto?”, avrei detto a Gigi quella sera, e lui, passando la spugna su un piatto in bilico sul lavello, avrebbe sorriso sollevando gli angoli della bocca, senza dire una parola.

C’era il mio zampino anche la sera in cui i genitori di Nina si erano baciati per la prima volta. Si erano conosciuti tra i banchi di scuola e si erano ignorati con cordialità per i vent’anni successivi, ammirando a distanza una serie di fidanzate e fidanzati che arrivavano e scomparivano, case nuove che venivano arredate e svuotate, cene di classe a base di birra e sarcasmo. E poi, all’improvviso, un sabato sera di luglio si erano trovati davanti al palco di un concerto che avevo organizzato nel giardino botanico di Bologna. Io arrivavo da due giorni di fuoco: me ne stavo lì, instupidito di stanchezza, ad ammirare le luci che giocavano sulla villa del parco e le centinaia di idee che turbinavano tra i capelli rossi della pianista. Di pubblico ne era arrivato, e dal palco lei lo dominava: lo faceva ridere con piccole storie buffe e poi lo faceva cadere nella vertigine dei tasti, costringendolo ad annuire compiaciuto davanti all’ennesima piroetta della voce. Era andato tutto per il meglio: un saluto agli amici, e finalmente mi sarei potuto rannicchiare in un letto e dormire.

I genitori di Nina, invece, erano rimasti. E, molte ore dopo, si erano baciati, circondati dai motorini all’ingresso del parco. Un risarcimento per un amore liceale in ritardo di vent’anni. Tempo pochi mesi, e sarebbe nato Giulio.

Ricordo ancora la sera in cui andammo a conoscerlo, il nuovo arrivato. E lo ricordo perché feci una delle peggiori figure di merda della mia vita. I genitori aprirono la porta, sorrisero tra le occhiaie e ci portarono da lui. Era bellissimo: dormiva pacifico nonostante il ritmo forsennato dei respiri, aggrappandosi con una manina all’orlo della coperta. Il tempo di sussurrare il primo “Che meraviglia!”, e il mio sguardo aveva cominciato a vagare per la casa. Una casa che non avevo mai visto. Una casa piena di musica. Un contrabbasso faceva da guardia al salotto, circondato da una coorte di chitarre acustiche e da un avamposto di pedaliere; un Revox spuntava tra le cataste di bobine, in un caos analogico che dalla parete opposta un pianoforte verticale osservava con un certo distacco. E, tutt’intorno, vinili. Centinaia di vinili custoditi in mobili cavi, come se fossero ancora esposti in un negozio. Art Blakey. Miles Davis. Sonny Rollins. Dizzy Gillespie. Charles Mingus. E poi il beat, i cantautori, i mod, la psichedelia. Una collezione meravigliosa, che Suzanne Vega – la frangetta e i guanti neri nel violetto della copertina di “Solitude standing” – fissava dall’alto come un’icona benedicente.
Mi ero perso a guardare tutto questo ben di Dio. Ignorando un bambino appena nato. Quando avevo alzato gli occhi, mi ero trovato addosso gli sguardi di tutti. Sorridevano come si sorride di un matto, di uno che ha dimenticato le buone maniere ma non per colpa sua. Non si sa comportare, ma non è cattivo.

Non mi so comportare, è vero. Ma sapere che il piccolino sarebbe cresciuto in una casa piena di dischi mi aveva tranquillizzato. La madre non avrebbe imposto al compagno di liberarsi delle sue Martin del ’56 per fare spazio a una scarpiera. E il padre sarebbe stato capace di raccontargli le storie di almeno la metà di quei jazzisti che un giorno avevano invaso come una fiumana un marciapiede della 126esima Strada ad Harlem, o di fargli ascoltare quei quattro signori che dormivano avvolti dalla bandiera inglese ai piedi di un monumento, o di spiegargli perché un giorno un fotografo aveva fatto soffocare una colomba per poi immortalarla, esanime e sporca, su un letto nero di ghiaia. Sì, Giulio avrebbe avuto due ottimi genitori. E ora a Nina sarebbe toccata la stessa sorte.
Ce n’era abbastanza per sorridere, anche in una giornata dal sole osceno come quella.

Daniele Paletta

Daniele Paletta ha sempre pensato di aver bisogno solo di musica e di storie interessanti da raccontare. A volte crede ancora che sia così. Dopo una laurea con una tesi sul femminismo nel rock nordamericano degli anni Novanta, collabora con Alias de Il Manifesto e molte altre testate, prima di iniziare a lavorare come booking agent per diversi musicisti. Dopo pochi anni, torna a fare il giornalista e ne guadagna in salute. Vive a Bologna e scrive, scrive, scrive: tra gli scaffali delle librerie si trovano il suo Stelle deboli e altri due volumi da lui curati, Madonna liberaci da Putin! e I MEI vent’anni, tutti pubblicati da Vololibero. Sfoga la sua passione per la musica curando e conducendo Bequadro per Radio Città del Capo, raccontando l’arte figurativa attraverso i suoni.

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