ALL YOU NEED IS WRITING

La parabola dello scrittore John Lennon

Antonio Taormina

In His Own Write, il primo libro di John Lennon, uscito nel marzo del 1964 / the first book by John Lennon, published in March 1964

Pochi personaggi della cultura, dello spettacolo, hanno avuto tanti biografi, agiografi, esegeti come John Lennon, mille e mille pagine profuse senza posa e talvolta senza motivo (se non per tentare di entrare, in qualche modo, nell’aura di un grande mito). Alcuni anni fa negli Stati Uniti fecero una ricerca sociologica: chiesero alle più diverse persone se ricordavano dove si trovavano quando avevano saputo della morte di Lennon. Emersero ricordi nitidi, immagini di un momento di sgomento e sorpresa condiviso a tutte le latitudini. Una memoria collettiva improbabile se Lennon fosse stato solo un musicista pop o il quarto tassello di un magico puzzle. Lennon impose i Beatles sul piano culturale e li guidò alla conquista dei media, per poi divenire, egli stesso, il simbolo di una generazione in bilico tra impegno politico e creatività. Fu un grande comunicatore – non a caso all’inizio della sua seconda vita artistica volle conoscere Marshall McLuhan, uno dei pionieri degli studi sui mass media – un artista dalle grandi intuizioni capace di spostarsi con disinvoltura dal pop alla sperimentazione, alla controcultura. Ma come cominciò il suo percorso artistico?

Durante gli anni della scuola, insofferente ai programmi didattici, Lennon dedicava molto tempo a leggere, scrivere e disegnare. Peter Shotton, suo compagno di scuola alle elementari e durante le scuole superiori (rimastogli legato anche nel periodo Beatles), ricorda in un suo libro la passione di John per Edgar Allan Poe, James Thurber, Edward Lear e per due autori per ragazzi, Kenneth Grahame e Richmal Crompton (ideatrice del personaggio Just William), mentre Mimi Smith, la zia presso la quale viveva, raccontava del suo interesse per Balzac. Ma innanzitutto amava Lewis Carroll, i due libri dedicati ad Alice, Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo Specchio. Risalgono ai tempi della Quarry Bank High School, dove entrò a 12 anni, le sue prime ambizioni come autore, che lo portarono a realizzare il Daily Howl, una raccolta di poesie, racconti, fumetti, disegni e caricature legate al mondo della scuola, che arricchiva periodicamente. In quelle pagine già si scorge il piacere per il grottesco, per i giochi di parole.

Il momento decisivo per la sua formazione è però legato all’ammissione al Liverpool Art College, avvenuta nel 1957, dove conobbe studenti come Bill Harry che sarebbe poi divenuto uno dei suoi biografi. Entrò in contatto con giovani artisti e poeti che lo introdussero alla Beat Generation di Kerouac, Ginsberg, Ferlinghetti e Corso e gli fecero conoscere gli Angry Young Men. Era molto di moda allora The Catcher in the Rye (Il giovane Holden) di Salinger, che tornerà tragicamente nella storia di Lennon (ne portava con sé una copia Mark Chapman la sera in cui gli sparò).

Quando Bill Harry pubblicò il “Mersey Beat”, un periodico dedicato alla scena musicale di Liverpool e del Merseyside, chiese a John un pezzo sulla nascita dei Beatles (da poco avvenuta), che fu pubblicato sul primo numero, il 6 luglio del 1961, col titolo Being a Short Diversion on the Dubious Origins of Beatles. Con lo pseudonimo di Beatcomber, scelto da Harry ispirandosi alla rubrica Beachcomber del “Daily Express”, John comparve ancora su “Mersey Beat” con alcune brevi storie e poesie, come I Remember Arnold e On Safairy With Whide Hunter. Di lì a poco sarebbe iniziata la Beatlesmania, che trasformò il gruppo da fenomeno musicale a fenomeno di costume (la consacrazione culturale verrà anni dopo).

Ma il 23 marzo 1964, uscì nelle librerie inglesi In His Own Write, un vero libro di John Lennon. Bastò poco alla casa editrice Jonathan Cape di Londra per rendersi conto di avere pubblicato un best seller che finì nelle pagine letterarie attirando l’attenzione della critica ufficiale e diede l’avvio alla carriera di un nuovo promettente scrittore. In His Own Write avrebbe visto un seguito con l’uscita, circa un anno dopo, il 24 giugno 1965, di A Spaniard in the Works. Il grande successo di vendite dei due libri comportò un alto numero di ristampe ed edizioni; nel 1966 la Penguin li avrebbe riuniti in un unico volume, The Penguin John Lennon (1). Nel 1968 vedranno anche un adattamento teatrale, diretto da Victor Spinetti e andato in scena il 18 giugno all’Old Vic di Londra. Anche in questo campo Lennon riuscì a distinguersi per l’originalità. I due libri, che nelle prime edizioni si avvalsero del design e delle foto di copertina di Robert Freeman, amico dei Beatles e autore delle copertine degli album Meet The Beatles e Rubber Soul, non sono inscrivibili in alcuna tipologia editoriale convenzionale. Sono raccolte di brani in prosa (alcuni in forma teatrale), poesie e disegni, giustapposti secondo un loro rigore, che ci riportano, seppure indirettamente, agli autori della grande tradizione inglese del nonsense.

E il nonsense sarà l’elemento distintivo della sua produzione letteraria di quegli anni, in cui i puns, parole nate dalla fusione di più termini, che ha imparato a ideare leggendo Carroll, fanno da contrappunto all’innato gusto per la parodia (ritroviamo nelle sue pagine da Biancaneve e i sette nani, nella versione Disney, all’Isola del Tesoro di Stevenson, sino a un racconto che vede protagonista Sherlock Holmes).

Nei racconti e nelle poesie di John scopriamo metafore, anfibologie, omofonie, divertite scorrerie nella morfologia e nella sintassi.

Non va sottaciuto che i due libri di Lennon rappresentano la prima esperienza di un Beatle al di fuori del gruppo; John alla fine del 1966 avrebbe anche iniziato le riprese di How I Won the War (nell’edizione italiana Come ho vinto la guerra) diretto da Richard Lester, il primo film senza gli altri tre…

Dopo A Spaniard in the Works, contrariamente alle attese (e nonostante un contratto con la Jonathan Cape) Lennon interrompe la sua attività letteraria pubblica. Influenzato anche da Dylan riverserà nei versi delle canzoni la carica creativa dello scrittore, adottando la forma in prima persona e iniziando a scrivere delle proprie personali esperienze. Lo spiega in un’intervista rilasciata a David Sheff per “Playboy” nel 1980: “In My Life è la mia prima canzone consapevolmente autobiografica, venne dopo che un giornalista mi domandò perché non mettevo nelle canzoni qualcosa del modo in cui avevo scritto In His Own Write”.

Ma non smette di scrivere, anzi riprende in maniera assidua negli ultimi anni, come apprendiamo dalla stessa intervista: “È stato quando ho sospeso con la musica e ho iniziato a occuparmi della casa. Era un periodo in cui si supponeva che stessi facendo qualcosa di creativo. Mi sono seduto e ho scritto duecento pagine di roba pazza nello stile di In His Own Write, è là in una scatola…”

Quelle duecento pagine (risalenti prevalentemente al periodo 1975/1979) insieme con altri brani scritti a partire dal 1968, diventeranno il terzo libro di Lennon (ormai non più atteso): Skywriting by Word of Mouth. And other writings, including The Ballad of John and Yoko, pubblicato postumo, il 10 ottobre 1986 da Harper and Row di New York e uscito contemporaneamente nel Regno Unito per i tipi della Pan Books.

Skywriting riprende la struttura dei due lavori precedenti, contiene racconti brevi, brani in prosa, disegni, ma si compone di fatto di due parti. La prima, che certamente interessa maggiormente chi è interessato alla storia di Lennon, rappresenta la sua unica vera autobiografia (quanto meno dell’arco temporale che parte dal 1968) e usa un linguaggio più diretto, pur mantenendo la vena sarcastica che gli è propria. La seconda ci riporta al Lennon scrittore delle origini, ma con una più marcata impronta sperimentale, che lo farà accostare a William Burroughs.

Si è dibattuto in più saggi il tema delle ascendenze letterarie di Lennon, scomodando maestri di diverse epoche della letteratura inglese, compresi Swift, Dickens e Thackeray, l’attenzione si è però incentrata sul rapporto con Lear, Carroll, Thurber e Joyce.

L’autore più spesso chiamato in causa è James Joyce (1882-1941), più precisamente l’ultimo Joyce, quello di Finnegans Wake (1939), una delle opere fondamentali della letteratura del ventesimo secolo per il portato rivoluzionario del suo linguaggio, che vede tra l'altro un uso complesso e sofisticato dei puns, definiti dall’autore “polyhedrons”.

Lennon nelle diverse interviste rilasciate sull’argomento, fu abbastanza elusivo. Dichiarava nel luglio 1965, in occasione del programma radiofonico della BBC World of Books: “Ho comprato tutti i libri che dicevano uguali al mio. Ho comprato un libro su Edward Lear. Ho comprato Finnegans Wake, Chaucer, e non ho visto somiglianze con alcuno di essi… sono troppo vicino alla scuola per leggere Dickens o Shakespeare. Odio Shakespeare...”. In questa e in altre occasioni sostenne che il suo modo di scrivere era del tutto spontaneo e privo di modelli e a chi gli chiedeva circa l’uso dell’onomatopea (onomatopoeia in inglese) domandava a sua volta: “Automatic pear?”. Eppure in un’intervista del dicembre 1964 a Gloria Steinem per “Cosmopolitan” riconosceva di aver letto, così come Alice, alcuni racconti di Thurber e Conan Doyle. In diverse circostanze avrebbe perfino definito i suoi giochi linguistici joyciani. Dunque?

Non v’è dubbio che Lennon in parte mentiva. Nel 1986 poco dopo l’uscita di Skywriting, “People Magazine” così lo recensiva: “Candido e graffiante... Un riflesso della creatività del suo autore e del suo fascino”.

Nella bibliografia di Lennon merita però un posto a parte The Toy Boy, un componimento poetico che esce sul numero di dicembre del 1965 di un periodico femminile americano, “McCall’s” recante in copertina Gene Kelly vestito da Babbo Natale. The Toy Boy non fa parte né del primo, né del secondo libro, e non sarà neppure compreso in Skywriting by Word of Mouth; non è accompagnato da alcun commento o presentazione. Occupa la seconda metà di una pagina in cui primeggia una foto di Lennon scattata da Robert Freeman che lo ritrae seduto per terra in una stanza disadorna accanto a un pupazzo di panda a grandezza naturale, che cinge con il braccio sinistro. Un’immagine abbastanza rara rispetto all’iconografia lennoniana, che ne evidenzia la fragilità e la natura più sensibile. C’è qualcosa di misterioso dietro The Toy Boy: nel dicembre del 1965 Lennon era già un personaggio notissimo e come scrittore era reduce da grandi affermazioni, eppure il nuovo testo (di fatto un’esclusiva mondiale) esce senza alcuna enfasi, non è neppure annunciato in copertina. Con tutta probabilità era stato scritto per il terzo libro, la cui uscita era prevista nel 1966, ma che non vide mai la luce. The Toy Boy si compone di settantatrè versi – la sua opera in versi più lunga dopo The Wumberlog, presente su A Spaniard in the Works che ne conta 121 – distribuiti in otto strofe di nove versi basate su rime baciate più un verso libero (lo schema è AABBCCDDE).

Dal punto di vista letterario figura tra i suoi migliori lavori. Come nelle poesie precedenti John adotta un linguaggio ricco di lirismo, abdica all’uso dei puns mantenendo però lo spirito iconoclasta e lo humor che contraddistinguono tutta la sua opera. Sposta gradualmente la sua ispirazione dall’uso del nonsense alla ricerca del soundsense. The Toy Boy narra di un bambino e dei giocattoli “umanizzati” presenti nella sua stanza, i quali non credono che il bambino sia vivo (durante il giorno sono solo oggetti), quest’ultimo viceversa si accorge che mentre lui dorme i giocattoli hanno una propria vita; lo rivela ai genitori, che lo ritengono insano di mente, con conseguente consulto psichiatrico. Nella prima parte del poemetto sono i giocattoli a parlare, mentre il ragazzo dorme, nella seconda i ruoli si invertono. Soggiace al contenuto lo svelamento autobiografico dello stato di isolamento e disagio vissuto dapprima nell’infanzia e poi all’interno dei Beatles, come rivela una celebre intervista rilasciata da John a Jann Wenner di “Rolling Stone” nel 1970 in cui parla della consapevolezza delle sue potenzialità come artista: “me ne resi conto già da bambino, quando scrivevo le mie poesie e dipingevo. Mi sono sempre sentito differente”. James Sauceda, uno degli studiosi più accreditati del Lennon scrittore, vede delle analogie tra i versi di The Toy Boy e quelli di Old Possum’s Book of Practical Cats (1940) di T.S. Eliot, da cui fu poi tratto il musical Cats. Rispetto alla produzione musicale di Lennon, ritroveremo la stessa ispirazione fantastica in diverse sue canzoni successive, mentre le rime baciate ci riportano inevitabilmente a molte delle canzoni dei Beatles di quell’epoca, si pensi a Drive My Car (1965), scritta da Paul con la collaborazione di John per il testo. Va detto che di lì a poco l’assunzione di forme musicali più complesse condurrà Lennon a ripensare anche dal punto di vista stilistico la parte testuale. I versi assumeranno strutture più elaborate, liberandosi da una metrica rigida, per approdare alle più ampie possibilità offerte dal verso libero, adottato in tutti i brani del Lennon “maggiore”, da Tomorrow Never Knows, (1966), a Strawberry Fields Forever (1967), alla stessa All You Need Is Love (1967).

Dopo Skywriting sarebbero usciti due ulteriori libri postumi: Ai. Japan through John Lennon’s Eyes del 1990, che nasce dal suo studio della lingua giapponese e Real love: the drawings for Sean del 1999, un libro per bambini dedicato al secondo figlio. Si basano (specialmente il secondo), sul lavoro di John come disegnatore, in linea con i disegni contenuti nei tre libri precedenti, per i quali fu paragonato allo stesso Thurber, a Saul Steinberg, anche se lui rivendicava un maggiore interesse per l’opera di Ronald Searle.

Terry Atkinson sul “Los Angeles Times” scriveva nel 1986: “Se non avesse cantato, John Lennon avrebbe lasciato il segno come successore di Lewis Carroll, James Joyce e degli altri brillanti e giocosi innovatori della lingua inglese”.

 

Note
(1) In His Own Write e A Spaniard in the Works sono usciti per la prima volta in Italia - in un’unica pubblicazione - nel 1990 per la casa editrice Arcana, a cura di Donatella Franzoni e Antonio Taormina che ne hanno anche curato l’adattamento.

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