BEAUTIFUL BOY

Enzo Gentile

John Lennon, Yoko Ono, Buil Around it / Danger Box, 1968 courtesy Fondazione Bonotto

La voce umana è il luogo privilegiato della differenza: un luogo che sfugge a ogni scienza.
(Roland Barthes, 1986)

Molte sono le facce, le voci, le pieghe di un artista. John Lennon ne ha avute più di ogni altro. Ha preso possesso degli anni Sessanta, li ha attraversati e tenuti in mano quando il bianco e nero imperava, per restituirceli a colori: più profumati, più ricchi, più eretici, più intelligenti. Lennoniani, insomma.
Già da bambino aveva capito di avere una marcia diversa dagli altri, di essere semplicemente speciale: e negli anni della scuola quella certezza si era fatta ancora più solida. “Le persone come me sono consapevoli del cosiddetto genio fin dall’età di dieci, nove, otto anni… Io mi sono sempre chiesto Perché nessuno mi nota? A scuola non si accorgevano che ero più intelligente di tutti? Non capivano che anche gli insegnanti erano stupidi e che non avevo bisogno delle loro nozioni? A scuola mi sentivo incredibilmente sprecato. Dicevo spesso a mia zia: Quando sarò famoso ti pentirai di aver buttato via le mie cazzo di poesie. E lei continuava a gettare via la mia roba”.

Con una condizione familiare che definire difficile sarebbe un eufemismo e che John ha spesso travasato nelle sue canzoni, da Mother in giù, l’epoca dell’infanzia e della pubertà verranno inghiottite rapidamente, la corsa a perdifiato verso l’età adulta, la strada della giovinezza divorata in una sorta di ‘autodafè’ a disseminare indizi e segnali.

“Un paio di professori mi notarono e mi incoraggiarono a essere questo o quell’altro, a disegnare o a dipingere, a esprimermi, insomma. Ma la maggior parte delle volte hanno cercato di farmi diventare uno stronzissimo dentista o insegnante”.

Lennon curioso, inquieto, trasversale, Lennon sperimentatore, mobile, deviante, Lennon multiplo di sé stesso, multitasking come si dice oggi. Guidato dal fiuto, dal coraggio di camminare sempre in direzione opposta e contraria, stimolato dalle sfide da lanciare al potere, che fosse quello discografico e della musica, o della cultura alta, letteraria, legata al culto della parola: che John saprà smembrare, modificare, travisare, fino a renderla docile e adatta ai suoi folli calembour, alle vertiginose discese nei dirupi del nonsense o della provocazione tout court. E poi il cinema, con una prova d’attore assolutamente maiuscola nella sua dirompente follia (Come ho vinto la guerra, di Richard Lester), ma soprattutto il disegno, l’arte figurativa, un tratto che ha accompagnato regolarmente le poesie, i racconti brevi, le incursioni stralunate in una lingua istruita da un’inventiva mai doma, fosforo purissimo. “Amavo leggere cose su Oscar Wilde, o Dylan Thomas o Van Gogh, tutti libri di mia zia che parlavano della sofferenza data dalle loro visioni. Io vedevo solitudine. Il surrealismo ebbe un grosso impatto su di me, perché mi resi conto che la mia immaginazione e le mie idee non erano frutto di pazzia. Il surrealismo per me è la realtà. Le visioni psichiche per me sono la realtà. Persino da bambino. Quando mi guardavo allo specchio a dodici o tredici anni mi capitava spesso di raggiungere letteralmente uno stato di trance che si avvicinava al sonno alfa. Allora non sapevo come si chiamava”.

John Lennon multimediale e onnivoro, inesauribile e spiazzante nel suo viaggio attraverso l’espressione, la testimonianza, un canto di libertà da moltiplicare attraverso gli idiomi e i segni più variegati e cangianti. Lennon che aveva studiato poco e male, ma a cui le sofferenze adolescenziali (ben definite dal film Nowhere boy, dedicatogli nel 2009 dalla regista Sam Taylor-Wood) e certi inciampi esistenziali avevano aguzzato l’ingegno, oltre i limiti dell’immaginazione e delle comuni capacità: eppure tutto quello che faceva e produceva sembrava dettato dalla semplicità del suo ‘magic touch’, così privo di orpelli, pesi e sovrastrutture. “Mi ricordo di essere un po’ uscito di testa quando avevo circa quattordici anni: ero più o meno allo sbando. Sono sempre stato così quando andavo a scuola. Arte era l’unica materia che mi interessava: l’ultimo anno il preside disse che se non andavo alla scuola d’arte potevo anche andare a fare l’operaio”.
Per Lennon, da oltre mezzo secolo, hanno parlato le opere, le canzoni, i messaggi, i gesti, ben più di ogni fenomenologia critica-quantitativa, da numeri, classifiche, record. Lennon politico, filosofo, attivista, Lennon intimo, aedo, padre, Lennon cittadino del mondo, santo e peccatore, antenna, radar, Lennon il Grande Fratello che stava dalla nostra parte. Nel suo lascito di artista e ancor più di essere umano, di narratore del pianeta, piace vedere tracce che sarebbero rimaste – e rimarranno – nel futuro, in modo addirittura più persistente delle canzoni, pure diventate inni invincibili, parole d’ordine, mantra indelebili a tutte le latitudini.

“Ho sempre avuto delle inclinazioni politiche, insomma, e contro lo status quo. È normale per uno venuto su come me, odiare la polizia in quanto nemico naturale e averne paura, e disprezzare l’esercito come qualcosa che prende tutti quanti e li lascia morti da qualche parte: voglio dire, è una cosa tipica della classe operaia, anche se inizia a svanire quando si diventa vecchi, si mette su famiglia e si viene ingoiati dal sistema”.
John come icona e totem popolare, John come idolo pagano e veicolo laico di istanze pacifiste, missioni intrise di una religiosità tutta particolare e a suo modo originalissima, che percorre canzoni e scritti, lasciando sul terreno slogan e interrogativi, battaglie e sollecitazioni buone anche qualche decennio più tardi. John unico e indivisibile, che ancora avvertiamo netto e preciso fiutando l’aria, cantando le sue parole di un gusto superiore. “Non sono mai stato apolitico, anche se la religione, nei miei periodi acidi, tendeva a mettere in ombra una certa mia attitudine: questo più o meno intorno al ’65-’66. Quel tipo di religiosità era il risultato di tutte quelle cazzate da superstar: la religione era uno sfogo per la mia repressione. Pensavo: Beh, ci dev’essere qualcosa nell’altra vita, o no? Non è tutto qua, vero?”.

Con il passare del tempo, più ci allontaniamo dalle origini, più sembrano ingigantire quelle radici: sentimenti che si fanno profondi, al punto che ancora maggiore appare il profilo di Lennon, sia del musicista, of course, sia del suo omologo/alter ego capace di occuparsi di tutt’altro, di interfacciarsi continuamente con le sorti e le vibrazioni del pianeta. Scoperte, con uno come John, continueremo a farne: da una parte schegge di canzoni mandate a memoria, entrate nel DNA della Storia, dall’altra l’arte sottile di una letteratura in chiaroscuro, osmotica con tutto ciò che gira intorno, da decrittare, leggere in controluce, fino a lasciarci sospesi. Tutto è Lennon, e per fortuna che sia così.

“Nei due libri che ho scritto, anche se sono scritti in una sorta di gergo pseudojoyciano, ci sono un sacco di schiaffi alla religione e poi c’è una commedia su un operaio e un capitalista. Ho fatto satira contro il sistema fin dall’infanzia. A scuola facevo un giornaletto e lo distribuivo. Avevo molta coscienza di classe, mi dicevano per provocarmi, ma sapevo della repressione di classe che gravava su di noi. Era un fatto, cazzo, ma nel burrascoso mondo dei Beatles questo lo abbiamo un po’ dimenticato. C’è stato un periodo in cui sono stato davvero lontano anni luce dalla realtà”. 

“All you need is love, come dice la canzone. Questo è davvero il mio credo politico fondamentale. Abbiamo tutti bisogno di più amore”.
(J. Lennon)

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